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giovedì 26 giugno 2014

Le cose del villaggio


La casa sul lago di Walden di H.D. Thoreau
"Mi allarmo quando, addentrandomi per un miglio in un bosco, mi accorgo di camminare con il corpo senza essere presente con lo spirito. Vorrei, nei miei vagabondaggi quotidiani, dimenticare le occupazioni del mattino e gli obblighi sociali. Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio. Il pensiero di qualche lavoro si insinua nella mente, e io non so più dove si trova il mio corpo, sono fuori di me. Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso. Perché rimanere nei boschi se continuo a pensare a qualcosa di estraneo a quel che mi circonda?” 

Henry David Thoreau, autore di Walden, camminatore nei boschi, ricercatore dello spirito, esploratore del selvatico, uomo libero.

martedì 14 maggio 2013

Chi siamo quando ci diamo alla macchia?

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Taglio del bosco in località Porticciola
Scendendo dal convento di Monte Senario si prende un tratto della Via degli Dei, tenendo sulla sinistra Bivigliano. E’ qui che all’improvviso i nostri accompagnatori ci invitano a camminare in silenzio, nell’imboccare un sentiero tortuoso e un po’ sconnesso, in una macchia di carpini e faggi che ancora stenta a ritrovare i colori della primavera, dopo i guasti dell’inverno. Si cammina per qualche minuto e il rumore del passo sulle foglie accartocciate e sugli sterpi si fa più netto e secco e il tiepido sole del mezzogiorno riesce a malapena ad ammorbidire il senso di ruvido abbandono del luogo. “In questo punto nella sera del 29.8.1944 fu barbaramente ucciso dai tedeschi Guglielmo Aglietti di anni 26”. Così si legge a fatica su un cippo di pietra che spunta dalla terra, simile ad un tronco d’albero schiantato, coperto di muschi e licheni, circondato da un cordone di rami secchi.

martedì 2 aprile 2013

Nel bramito del cervo

Atteone sbranato dai cani
Cosa cerchiamo quando andiamo per boschi? Qualcuno va per i frutti del bosco o per i funghi, qualcuno per passeggiare, qualcuno per i residuati bellici, qualcuno per gli alberi, i fiori o i muschi, qualcuno per gli animali, da osservare, da fotografare o da uccidere.
C’è sempre un’emozione particolare quando si incontra un animale in un bosco. Capita con i caprioli, con i cinghiali, con la volpe, con la lepre. Capita con l’improvviso alzarsi in volo dell’aquila, sorpresa dal nostro sopraggiungere mentre si riposa sotto le fronde di un grande abete rosso, oppure con il dolce planare dai rami di un gallo forcello sopra le nostre teste. Capita con i cervi, a settembre, nella breve stagione degli amori quando un bramito lacera il silenzio del bosco per affermare il primato sulle femmine contro i contendenti. Eppure quel lamento lascia presagire un significato più profondo.
Questi incontri con il mondo selvatico hanno una carica emotiva che va oltre il senso dell’imprevisto e dell’inusuale che li accompagna; costituiscono semmai una sorta di rivelazione. Il rivelarsi del selvatico lascia una traccia indelebile nel racconto di ogni escursione, quasi un marchio di autenticità.

lunedì 4 febbraio 2013

Parlare con i piedi/ David Le Breton

In una foresta
"La percezione non è coincidenza con le cose, bensì interpretazione. Ogni uomo cammina in un universo sensoriale che è legato a ciò che la sua storia personale ha prodotto a partire dall'educazione che egli stesso ha ricevuto. Nel percorrere la medesima foresta, individui diversi sono sensibili a cose differenti. Vi è la foresta del cercatore di funghi e quella di chi ama le passeggiate, la foresta del fuggitivo, dell'indiano, del cacciatore, del guardiacaccia o del bracconiere, e quella degli innamorati e di coloro che ci si sono perduti; vi è la foresta degli ornitologi, ma anche quella degli animali o dell'albero, la foresta del giorno e quella della notte. Mille foreste nella stessa foresta, mille verità di un medesimo mistero che ci sfugge e si concede solo per frammenti. Non esiste una verità della foresta, bensì una moltitudine di percezioni a seconda delle prospettive, delle aspettative, della diversa appartenenza sociale e culturale. [...] L'antropologo non dimentica Andrè Breton, quando diceva che il mondo è una foresta di simboli, nella quale si cela un reale che si nutre della ricerca. Il ricercatore l'uomo del labirinto, sempre in cerca di un improbabile centro."
David Le Breton, Il sapore del mondo

venerdì 4 gennaio 2013

Mi sono imboscato

Sordi e Gassman ne La Grande Guerra
Quando cammino in un bosco sento che il mio passo rallenta e si distende. E’ successo anche oggi nel corso della bella ciaspolata nella valle dello Steinrast (di cui segue la traccia). Sarà stato il phön che calava dai pendii scoperti del Reatten, con il rumore sinistro di un anticipo di valanga (segnalata anche dai cartelli). Mi sono quindi imboscato tra abeti bianchi e rossi misti a larici ischeletriti e tra tappeti di muschio morbido che bucava la neve e mi sono sentito subito al riparo. Il verbo imboscare ha anche un significato protettivo. Rispondeva alla pratica difensiva di nascondere se stessi e i propri beni in un bosco, come se fosse un luogo sicuro, magari perché inospitale. Sono sempre di più le persone oggi che cercano rifugio e riparo nel bosco. Ci sono nuove minacce da cui difendersi, da cui scappare e per cui nascondersi, anche solo per qualche giorno. Come se la fotosintesi oltre a ripulire l’aria depurasse anche le menti dalle inquietudini e dalle paure. Si può forse riconsiderare l’accezione negativa del sostantivo imboscato, imposto da una retorica guerresca anche nella trincea del lavoro, in un paese, come il nostro, che fortunatamente ha conosciuto anche il Diario di un imboscato durante la Grande Guerra e che deve la sua Liberazione a una giovane generazione che ha deciso di imboscarsi per poi ridiscendere, temprata da quel bosco, in città. Resta l’imboscata, la più antica tattica di guerra che l’uomo abbia inventato per sopraffare tra gli esseri viventi anche i suoi simili. Oggi ne ho evitate di nuove e diverse ad opera di proiettili umani con gli sci che scendevano lungo piste che squarciavano il bosco e da cui mi sono difeso nell’unico modo che conosco: imboscandomi ancora di più.  

mercoledì 5 dicembre 2012

Questo è un luogo... il Rombiciaio

Questo è un luogo... è un gioco che faccio e che ognuno può fare con le proprie percezioni  del paesaggio in cui si trova immerso. E' molto semplice: basta avere carta, penna, voglia di camminare e i sensi e la mente aperti a ciò che ci circonda. Alla fine della giornata la pagina ci restituisce una piccola mappa emotiva del luogo che abbiamo visitato. Leggete ciò che avete scritto a casa a voi stessi o a qualcun'altro e il gioco è fatto. Sentirete che il luogo rivive con il sapore particolare della distanza, della sua giovane memoria, delle scelte implicite ed esplicite di ciò che avete trascritto, delle reazioni di chi ci ascolta. E' solo un gioco ma nel suo piccolo è un modo per fare paesaggio. 

Il Rombiciaio
Il Rombicciaio
Questo è un luogo dove i faggi crescono appaiati.
Dove il vento soffia forte ma non fa paura.
Dove scrivere appoggiati ad un tavolaccio e ad una panca che ha scritto sullo schienale "Comunità Montana"  e sentire tutto ciò come una cosa vera.
Dove i pensieri si zittiscono e la natura parla il linguaggio dei suoni.
Dove il sole macchia di giallo il verde del prato.
Dove viene in mente Mario e il suo andare nel bosco senza lasciare tracce. Dove ho messo via il cellulare.

sabato 17 novembre 2012

Raccontare con i piedi/ Luigi Meneghello

"Una volta nel bosco, da solo, stavo lì coi piedi su un greppo a fantasticare, come si finisce fatalmente col fare quando si è soli; vengono quei pensieri informi che si muovono lentamente e continuamente, e non concludono mai nulla, eppure sembra che abbiano dentro il veleno della verità. E' per questo forse che lodiamo la solitudine. [...] Questi pensieri si muovono, si muovono e non concludono. Però c'era questo di serio, sotto, che il bosco in quel momento mi pareva di sentire fortemente che cos'era, e dev'essere per questo che me ne ricordo, e inoltre perchè subito dopo sparai, e in quel mese sull'Altipiano ogni volta che c'erano spari mi restavano impressi."

Luigi Meneghello, I piccoli maestri, Rizzoli

Puoi continuare a camminare qui

domenica 11 novembre 2012

Una casa di cortecce

Mario Rigoni Stern
"La mia terza casa fu un rifugio dell’inconscio e fisicamente non l’ho mai abitata. Dopo anni di guerra  mi ero ritrovato in un grande Lager, in un angolo molto triste della Prussia Orientale, ora diventato territorio dell’URSS. Baracche, reticolati, neve grigia. Disciplina spietata, fame da morire e tanti Gefangen stipati in una promiscuità anonima. Numeri non nomi. Su un foglio di carta chissà come trovato, con meticolosità e pazienza disegnai la casa che mi sarei costruita al ritorno. Il luogo che avevo scelto era lontano da altre abitazioni, in un bosco che conoscevo molto bene e all’incrocio di due carrarecce, su un piccolo rialzo. Ma questa casa era come una tana sotterranea, con un posto per dormire, un posto per il fuoco, un posto per una ventina di libri; avrei vissuto di caccia e di bosco, e di un piccolo orto dentro una radura. In questa casa seminterrata, fatta con tronchi e pietre, terra battuta e muschio e cortecce, era prevista ogni cosa necessaria alla mia vita, e dopo quanto avevo visto e provato mi pareva l’unica soluzione possibile della mia esistenza."

Mario Rigoni Stern, da Le mie quattro case