«Una volta un indirizzo stradale era un
codice che si riferiva a un’area della mappa di una città disegnata secondo la
geometria metrica, in cui sono definite le distanze. Con la nuova tecnologia la
distanza scompare. Non si riduce
solamente, come avveniva prima, quando le distanze si accorciavano grazie a un
cavallo o a un aereo. Oggi vengono annullate, e quindi il nostro nuovo
indirizzo è l’indirizzo del telefono cellulare o del computer, che funziona
ovunque ci si trovi e permette di inviare messaggi ovunque sia il destinatario.
In un certo senso non abitiamo più lo stesso spazio dei nostri genitori. Abbiamo cambiato spazio, e questo
cambiamento è fondamentale sotto molti aspetti».
Con
la rivoluzione digitale, quale spazio
abitiamo? Bambini e giovani sono già nativi digitali e il loro luogo di nascita
e di vita, la dimensione preferenziale del loro abitare è sempre più quella digitale,
con una percezione dello spazio che è già altro rispetto alla distrazione e
alla dispersione che caratterizzano le generazioni che stanno affrontando
il digital divide. Siamo oltre la dimensione
dell’essere fuori luogo che determina l’esperienza dello spaesamento, della
dislocazione, dell’a-topia. Siamo nell’e-topia: siamo in un altro spazio che può
prescindere dal corpo, semmai lo re-inventa, reinventando sé stesso.
Anche
per quanto riguarda l’esperienza del paesaggio, la dialettica
indigeno/straniero, insider/outsider è da riconsiderare e da ricollocare in
relazione ad uno spazio che viene sempre meno percepito dai sensi e sempre più
frammentato e reinterpretato dal bit e ricomposto e rappresentato in pixel come
una realtà parallela e a volte più significativa di quella fisica.

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