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martedì 25 novembre 2014

Fare una montagna

Massimo Mila
Di che cosa si parla durante un’escursione?
Molto spesso di altre escursioni. E le conversazioni assumono la forma di monologhi paralleli che qualche volta convergono intorno a un luogo, al nome di una cima o al ricordo di un rifugio per poi tornare a distanziarsi in traiettorie distinte, lungo sentieri che portano verso mete diverse. Sono conversazioni in cui domina il fare rispetto all’essere, in cui i luoghi, le cime, i rifugi diventano spesso le istantanee di un album di figurine o le immagini di un campionario di prodotti consumati o da consumare. Sono conversazioni in cui spesso predomina il che cosa e il quanto rispetto al come e al perché. E in tutto questo sono i luoghi che spariscono, che perdono sempre più di significato per divenire lo sfondo opaco di performance atletiche, di passatempi consolatori o di pratiche terapeutiche.
Viviamo una stagione di escursionismo di massa dove l’ansia per la sicurezza e il bisogno di ridurre e controllare il rischio ci tengono in gruppo, ma nell’intimo ci scopriamo spesso camminatori solitari e un po’ smarriti. E’ in questi momenti che occorre riscoprire il giusto significato dell’espressione fare una montagna, così come l’intendeva Massimo Mila nell’immediato dopoguerra, dopo avere trascorso sette anni in carcere e due in montagna, nella Resistenza, dopo avere ripreso la passione giovanile per l’alpinismo ed essere diventato uno dei più raffinati storici della musica. Basta guardarlo negli occhi, in questa foto segnaletica della polizia fascista. 
E’ in questi momenti che occorre riscoprire il senso dell’escursionismo e dell’alpinismo come esplorazione, come conoscenza e pratica della natura e di sé stessi in relazione alla natura.

mercoledì 29 ottobre 2014

Il passo del Cinno

Bruno Monti: il Cinno
Bruno Monti ha fatto il suo ultimo passo in questo mondo ed erano in tanti a salutarlo presso il Municipio di Casalecchiodi Reno. Per alcuni è già oltre, per molti rimarrà sempre, per altri è cenere in un’urna. Molti hanno un ricordo intenso di lui e pensieri e parole più adatte di queste, perché hanno goduto della vicinanza, dell’affetto, dell’amicizia e della solidarietà della sua persona.
Ora Bruno ha varcato la soglia del ricordo e l’ha fatto con il suo passo da partigiano e proprio questo passo vorrei tenermi caro. Il movimento deciso e ampio delle sue gambe corte e quella spinta in avanti del suo piccolo corpo, che trasmetteva certezza e determinazione nella direzione, insieme a slancio ed entusiasmo. Sono convinto che era lo stesso passo che fece quando nell’aprile del ’44 entrò nella 63°Brigata Bolero, a sedici anni, per fare da raccordo tra i GAP cittadini e i gruppi della montagna, con il nome di battaglia "il Cinno", il ragazzino. Era lo stesso passo che fece quando varcò la soglia del carcere tra il marzo e l’aprile del ’45, prima di vedere la liberazione di Bologna. Lo stesso che lo portò a seguire un’ideale in Unione Sovietica, da cui tornò senza mai raccontare tutto fino in fondo. Era il passo con cui apriva la porta di centinaia di aule scolastiche per raccontare ai bambini e ai ragazzi che cos’è stata la lotta di Liberazione e le ragioni della Resistenza, senza mai pensare che fossero del tutto al sicuro nelle istituzioni repubblicane. Era quel passo che lo portava spesso a Monte Sole a raccontare da testimone la storia di una strage che ancora lascia increduli e che lo ha portato, pochi giorni prima della fine, ancora una volta sul luogo dell'Eccidio del cavalcavia del 10 ottobre del '44. 

martedì 21 ottobre 2014

Camminando intorno al Monte Pisanino

Monte Pisanino
Ci sono storie che fanno un paesaggio. Così almeno capita camminando sulle Apuane. Appena usciti dall’abitato di Vagli di Sopra, il sentiero 177 sale ripido al cospetto della Roccandagia, fino al verde prativo di Campocatino, seminato dalle vecchie e stentate casupole dei pastori, oggi ristrutturate per sobri soggiorni estivi, per poi tuffarsi in un bosco di faggi inquieti, tra rocce aspre. Rimanendo in costa e curvando verso SO, si esce al sole di questo ottobre estivo e gli occhi vengono colpiti da un’abbagliante luce bianca, tra il folto degli alberi, tanto che le mani cercano appoggio al ripido pendio del monte per tenere l’equilibrio. Sotto di noi si aprono le voragini squadrate delle Cave Campaccio e Scagli, Freddia e Bacalario percorse dalle nervose strade bianche del marmo. Si cerca ristoro da tanto chiarore volgendosi al cielo sereno dove in alto spicca la perfetta forma piramidale del Monte Pisanino. Una montagna come quelle che si disegnavano da bambini sui quaderni a quadretti, con due tratti netti che si congiungono in un punto a formare un angolo acuto, come la punta di quegli aeroplani di carta che solcavano, per un breve tratto, l’aria sospesa dei pomeriggi di gioco. Sembra di poterla toccare con la mano questa montagna tanto la sua imponenza la rende prossima. Lo sguardo sembra poter colmare in un balzo la distanza, mentre sono almeno due i chilometri che ci separano, e non solo quelli.

lunedì 3 febbraio 2014

Siamo una frana

La mappa delle frane in Emilia Romagna
L’articolo del Corriere della Sera di questi giorni sembra un bollettino di guerra. Elenca le strade della provincia interessate dalle frane sull’Appennino. Le piogge sono state copiose e costanti, a tratti  violente e così continuerà per altri giorni. Fiumi come il Reno e il Secchia si sono ingrossati e gli allarmi della Protezione civile si susseguono sulla base delle previsioni meteorologiche. Lungo tutto il crinale appenninico i fronti franosi si sono rimessi in movimento. La montagna ha ripreso il suo cammino verso valle.
Niente che non fosse prevedibile. Le mappe regionali e nazionali  delle frane descrivono la storia e la dimensione del dissesto idrogeologico del nostro paese come una grande questione nazionale, al pari della disoccupazione giovanile, della lotta alle mafie, delle riforme istituzionali, ma senza la stessa attenzione.  La maggior parte delle cronache raccontano con toni allarmati solo l’emergenza ma non  sempre scavano sotto la superficie della notizia del giorno. Preferiscono far franare a valle dell’opinione pubblica episodi tragici, vissuti difficili, immagini desolanti e invettive estemporanee, come detriti della comunicazione, perché tutto si fermi lì, fino alla prossima emergenza. Raccontano spesso la stessa storia: la tranquilla vita dell’uomo sconvolta da una natura scatenata e ostile. Ma è proprio così?

martedì 26 febbraio 2013

Salire sul monte

Monte Tabor in Galilea
“Dio mi chiama a salire sul monte per dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. […] L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano.” L’ultimo Angelus di Benedetto XVI, prima delle dimissioni.

Il Papa saluta e sale sul monte per incontrare Dio. Il monte è il luogo terreno più vicino al cielo, sede della dimora divina. Pregare, meditare e contemplare sono le forme di questo incontro con la divinità. Ma di quale monte parla il Papa? Del Monte Tabor, luogo della trasfigurazione di Cristo, da cui Pietro non voleva scendere al mondo per non allontanarsi dal suo Signore? Del Monte Sinai dove Mosè incontra il suo Dio che gli consegna le tavole della legge per portarle al suo popolo, che nel frattempo sceglie l’idolatria? Sarà per quest’idea sacra di montagna che per tanto tempo le vette sono state sedi di cappelle, croci e preghiere votive.
Il Papa dimissionario quando arriverà sul monte troverà anche altro. Scoprirà che la natura convive con l’ansia dell’uomo moderno di conquistare le cime, di lasciare una traccia nell’esplorazione dei limiti del suo io, di piantarvi bandiere nazionali, di costruire cippi e lapidi commemorative dopo avere sparso sangue, di innalzare tralicci per coprire il mondo di segnali radio, di installarvi stazioni sciistiche per consumare i fine settimana del turismo globale. Le cime dei monti, nate per essere inospitali all’uomo per incontrare il divino, sono diventate anche i luoghi dell’impresa, della guerra, del controllo, della distrazione di massa.

domenica 3 febbraio 2013

Una legge per camminare

Sentiero CAI Monti dell'Uccelliera
Come cambiano i tempi! Se eri vagabondo fino a pochi decenni fa potevi finire i tuoi giorni in una camera a gas ed oggi invece il camminatore entra a pieno diritto tra i soggetti da tutelare, riservando ad esso in maniera quasi esclusiva quella preziosa e delicata infrastruttura dell'erranza che sono i sentieri. E' questo che in buona sostanza stabilisce la proposta di legge che prevede l'istituzione da parte della Regione della REER - Rete Escursionistica Emiliano Romagnola. Gli oltre 5000 km di sentieri della regione saranno gestiti, salvaguardati e valorizzati come beni di pubblica utilità perchè consentono quella pratica sociale, culturale, sportiva e turistica che si chiama escursionismo. Dalla REER verranno banditi tutti i mezzi a motore che possono produrre danni per la tenuta della sentieristica e pericolo per la sicurezza di chi cammina. Con il riconoscimento della pubblica utilità sarà più facile il rapporto con i proprietari privati sui cui terreni passano i sentieri, fino ad oggi legato ad atti amministrativi impositivi e discrezionali che prendevano corpo nella servitù di passaggio. Si potrà aprire una stagione di programmazione territoriale concertata tra soggetti pubblici, associazioni e privati per valorizzare la rete dei sentieri e soprattutto promuovere la pratica dell'escursionismo nelle sue diverse forme anche e soprattutto come tutela e promozione del paesaggio collinare e montano, dei suoi giacimenti culturali, di quelle attività imprenditoriali che hanno fatto della valorizzazione dei prodotti del territorio un modo per fare impresa nella sostenibilità ambientale.

venerdì 11 gennaio 2013

Scendendo dal Mutegg

SchwemmAlm pistenplan
Credo abbia ragione Marcello. La differenza fondamentale tra chi cammina e chi scia in montagna è semplice: ai primi piace salire e ai secondi scendere. E’ una considerazione anche banale ma che mi ha consolato, al rientro a casa dopo l’ultima escursione al Mutegg che non mi aveva lasciato del tutto soddisfatto per la forzata convivenza in quota con la vorticosa giostra degli sciatori. Salita/discesa, camminare/scivolare, lentezza/velocità, orientamento/traiettorie, osservazione del paesaggio/colpo d’occhio, equipaggiamenti poveri/ricchi. Sono solo alcuni dei tratti che disegnano la linea di demarcazione tra chi sale a piedi e chi scende con gli sci. Nessun giudizio di valore. Semmai la constatazione di due universi umani che convivono su una montagna. Ma anche due modi diversi di intendere la montagna. Per chi cammina la montagna è un luogo, molto spesso inospitale e proibitivo, dove le dimensioni primordiali del cielo e della terra si toccano e si incontrano ma dove molto spesso proprio l’uomo è fuori luogo. Per chi scia la montagna è quella della foto: linee rette di seggiovie, linee curve di piste e di raccordi tra bar, ristoranti e solarium, simili al reticolo autostradale dove non è ammesso ostacolo alla libertà di movimento dell’uomo che scivola via senza pensieri che non siano quelli di controllare la propria adrenalina.  La montagna per chi sale a piedi è la mèta che dà il senso alla fatica di una giornata, per chi scende con gli sci è un punto di partenza per l’ebrezza di pochi minuti.