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lunedì 9 maggio 2016

Nella sorgente dell'Arno

Capo d'Arno
Cosa fa di una sorgente un fiume?
Certamente la morfologia del terreno. La pendenza determina la velocità dell’acqua, la capacità di intercettare e accogliere da subito altri rii da altre sorgenti e poi la forza di disegnare l’incavo del letto fino a farne torrente che a sua volta si alimenta di affluenti fino a che l’incontro con la pianura ne allarga il letto, ne stabilizza la portata e ne acquieta la corrente.
Capita così almeno a Capo d’Arno, a quota 1372 sulle pendici meridionali della Falterona. Un impluvio tra grandi massi di arenaria, dove le acque della sorgente trovano uno spazio angusto tra lo strato roccioso sotterraneo e la coltre di detriti in superficie per essere restituite a giorno. Fino a Molin di Bucchio l’acqua corre veloce e non conosce che il bosco, il salto, la forra, il sasso dilavato, il tronco abbattuto e non ancora le briglie, la chiusa, l’argine, il canale e con essi l’uomo e il corso delle sue storie.

mercoledì 19 novembre 2014

Boccaor e l'innocenza del paesaggio


Questo è un luogo che ha perso la sua innocenza. 
Questo pensiero ti coglie come un colpo di fucile, quando arrivi sul crinale tra le cime del Monte Boccaor e del Monte Meatte, salendo dalla Valle di San Liberale, lungo il sentiero CAI 153. Un colpo solo, che rimbomba tra le nuvole basse, nell’aria umida densa di pioggia  e ti tasti per sentire se ha colpito nel segno. 
Ti  guardi intorno smarrito perché non c’è orizzonte o giro di monti con cui orientarti. Sul crinale, tra la nebbia, segui il filo dei passi e il sentiero, senza quasi che te ne accorgi, s’infila in una trincea della Grande Guerra che  ti accoglie e ti avvolge: una parete di terra e sassi che arrivano al petto. Abbassi lo sguardo e vedi il fango che imbratta gli scarponi da escursionismo  e ne immagini altri chiodati e lerci di escrementi, vomito  e sangue che ristagnano nauseati piuttosto che uscire allo scoperto. Alzi lo sguardo e segui la lunga ferita scura che corre sul cotico erboso, scavata seguendo il profilo del crinale, ad un passo dal dirupo, come la ruga profonda su un volto smagrito.

mercoledì 8 gennaio 2014

Un paesaggio nella memoria

“… In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per  il suono lo spazio è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.”

In questi versi di Josif Brodskij, dedicati alla sua terra natale, ho ritrovato, nella loro bellezza, il ricordo di pensieri simili per il paesaggio di pianura in cui sono nato e cresciuto. Ed è un pensiero che mi accoglie le volte che vi ritorno e mi capita di camminare lungo la strada bianca che passa dietro al cimitero, dove è sepolto mio padre e dove da ragazzo ogni giorno correvo, ossessivo, a misurare la distanza delle mie fatiche sportive. Oggi, a passo più lento, incrocio camminatori e ciclisti e ricordo a stento qualche volto e qualche storia. Riconosco al primo sguardo invece la cuspide aguzza del campanile, la forma tozza e squadrata del torrione estense e il più moderno serbatoio dell’acquedotto. Seguo il corso del canale Naviglio dove aironi e gabbiani vengono a svernare in cerca di cibo nei campi a coltivazione intensiva  che si stendono a vista d’occhio fino alle curve rotonde dei Colli Euganei  o al profilo increspato dell’Appennino.

martedì 2 aprile 2013

Nel bramito del cervo

Atteone sbranato dai cani
Cosa cerchiamo quando andiamo per boschi? Qualcuno va per i frutti del bosco o per i funghi, qualcuno per passeggiare, qualcuno per i residuati bellici, qualcuno per gli alberi, i fiori o i muschi, qualcuno per gli animali, da osservare, da fotografare o da uccidere.
C’è sempre un’emozione particolare quando si incontra un animale in un bosco. Capita con i caprioli, con i cinghiali, con la volpe, con la lepre. Capita con l’improvviso alzarsi in volo dell’aquila, sorpresa dal nostro sopraggiungere mentre si riposa sotto le fronde di un grande abete rosso, oppure con il dolce planare dai rami di un gallo forcello sopra le nostre teste. Capita con i cervi, a settembre, nella breve stagione degli amori quando un bramito lacera il silenzio del bosco per affermare il primato sulle femmine contro i contendenti. Eppure quel lamento lascia presagire un significato più profondo.
Questi incontri con il mondo selvatico hanno una carica emotiva che va oltre il senso dell’imprevisto e dell’inusuale che li accompagna; costituiscono semmai una sorta di rivelazione. Il rivelarsi del selvatico lascia una traccia indelebile nel racconto di ogni escursione, quasi un marchio di autenticità.