![]() |
| Monti Simbruini - Campo dell'Osso |
Dei fatti di Monte Livata di questi giorni, insieme con il sollievo per le vite salvate,
colpisce la facilità con cui la donna ha perso l’orientamento nel bosco innevato tra Campo dell'Osso, Monna dell'Orso e Acqua del Piccione e lo stato di smarrimento fisico e psicologico che ha condizionato le sue azioni
successive. Colpisce il senso di spaesamento che caratterizza ormai
il nostro rapporto con la natura selvatica, determinato da una distanza culturale sempre più incolmabile che ci separa da essa e da una disabitudine al
contatto fisico che ce la rende estranea e immediatamente ostile, quando non si
presenta in una forma addomesticata, magari da un impianto di risalita. Nel comportamento dei bambini stupisce invece
la capacità quasi animalesca di adattamento alla situazione: cadere in un
dirupo, dormire su un albero, al riparo di un anfratto tra le rocce, ascoltare
il rumore dei botti di fine anno come eco lontana di una festa di paese. Il
padre li ha chiamati eroi da cui prendere esempio per sopravvivere alla natura.
Qualcuno invece li ha paragonati ad Hansel e Gretel sperduti nel bosco. I
giornali hanno concentrato tutta la loro attenzione sui personaggi umani di
questa storia, sui particolari anche morbosi e scabrosi di ognuno: il calzino
perduto del bambino, le lacrime del soccorritore, la depressione della madre,
la giustizia in agguato. Nei resoconti non una parola viene spesa per
l’ambiente selvatico dei Monti Simbruini; appare come uno sfondo, quando nei
fatti è uno dei protagonisti principali di questa storia.
Indifferenti
alla natura ci ripaga con la stessa indifferenza.
