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sabato 9 maggio 2015

Parole da leggere e camminare

Ci sono parole che raccontano un luogo meglio di un'immagine. Basta avere il tempo di leggerle e di camminarle.

“Alti e discoscesi monti, spesso a perpendicolo, talvolta anche spostati in fuori, fanno trista parete a questa valle, serrata incontro agli amorosi venti. Le brune foreste, onde tratto tratto sono vestiti i meno aspri fianchi delle rupi, ora contrastano con le biancheggianti masse calcari, ora si accordano con lo schisto nericcio, ora fan più risaltare i divallamenti colorati in arancio dall’ocra di ferro. Non pertanto vi sono seni o golfi, difesi dal soffio aquilonare, guardati pietosamente dal sole. L’industria dell’alpigiano li trasforma allora in fruttuosi campi, e queste verdeggianti oasi tanto più riescono grate al riguardante quanto più tetro e sconsolato gli si mostra tutto ciò che loro sovrasta e soggiace. […] Ma per chi ama un aspro e selvaggio prospetto, un mirabile effetto della natura; chi prende diletto nell'osservare i grandi fenomeni geologici, nel seguire gli angoli delle montagne e considerare la direzione de' loro strati, nell'esaminare i burroni scavati dai torrenti, le nevi che imbiancano le cime dei monti, le pendici dai quali sono verdeggianti o nericcie, nell'osservare le ruine e i dirupamenti, nel rappresentarsi finalmente l'uomo in atto di lottare colla natura, e di superarla per isvellere di che provvedere a' suoi principali bisogni, egli può avere a grado il passaggio per quest'alpino paese, per questa solitaria ed infelice parrocchia."

Può suonare strano ma l'alpino paese è Biagioni nell’Alta Valle del Reno e la solitaria e infelice parrocchia è quella di S. Giovanni Battista come sono raccontati in Chiese parrocchiali della Diocesi di Bologna ritratte e descritte nel 1851, prima che arrivasse la ferrovia e una certa idea di modernità; prima che quella montagna, faticosamente addomesticata dall'uomo, venisse rapidamente abbandonata per essere riconquistata da un diverso ambiente selvatico, dove l'uomo si muove oggi con un nuovo senso di estraneità. 

Andremo da quelle parti il 16 maggio per una escursione del Trekking col treno lungo il Sentiero dei proverbi.

mercoledì 15 ottobre 2014

Perdere spazio


«Una volta un indirizzo stradale era un codice che si riferiva a un’area della mappa di una città disegnata secondo la geometria metrica, in cui sono definite le distanze. Con la nuova tecnologia la distanza scompare. Non si riduce solamente, come avveniva prima, quando le distanze si accorciavano grazie a un cavallo o a un aereo. Oggi vengono annullate, e quindi il nostro nuovo indirizzo è l’indirizzo del telefono cellulare o del computer, che funziona ovunque ci si trovi e permette di inviare messaggi ovunque sia il destinatario. In un certo senso non abitiamo più lo stesso spazio dei nostri genitori. Abbiamo cambiato spazio, e questo cambiamento è fondamentale sotto molti aspetti».

Con la rivoluzione digitale, quale spazio abitiamo? Bambini e giovani sono già nativi digitali e il loro luogo di nascita e di vita, la dimensione preferenziale del loro abitare è sempre più quella digitale, con una percezione dello spazio che è già altro rispetto alla distrazione e alla dispersione che caratterizzano le generazioni che stanno affrontando il digital divide. Siamo oltre la dimensione dell’essere fuori luogo che determina l’esperienza dello spaesamento, della dislocazione, dell’a-topia. Siamo nell’e-topia: siamo in un altro spazio che può prescindere dal corpo, semmai lo re-inventa, reinventando sé stesso.
Anche per quanto riguarda l’esperienza del paesaggio, la dialettica indigeno/straniero, insider/outsider è da riconsiderare e da ricollocare in relazione ad uno spazio che viene sempre meno percepito dai sensi e sempre più frammentato e reinterpretato dal bit e ricomposto e rappresentato in pixel come una realtà parallela e a volte più significativa di quella fisica.

venerdì 21 marzo 2014

Camminiamo nel mondo delle A-cose

L'e-trekking da salotto
Esiste il mondo A degli atomi, delle cose e il mondo E degli elettroni, ci ricorda il filosofo e scienziato Roberto Casati
C’è molta enfasi oggi sul mondo E: e-economy, e-commerce, e-democracy, e-learning, e-business, e-book solo per fare alcuni esempi. L’autore di Contro il colonialismo digitale ci ricorda però che “possiamo usare elettroni solo se li generiamo e li incanaliamo con atomi. Al tempo stesso è vero che molti aggregati di atomi, molte a-cose, sono oggi controllate, gestite, modificate grazie a un uso intelligente di flussi di elettroni. Il mondo contemporaneo, il mondo dell'elettronica è basato su un'interdipendenza stretta tra gli a-processi e gli e-processi. Ma l'interdipendenza è solo questo, interdipendenza e nulla più. Il mondo A non potrà venire rimpiazzato dal mondo E. Chi pensa e scrive il contrario di solito confonde le cose con le loro rappresentazioni, o parla di cose che sono solo rappresentazioni. Non possiamo solo nutrirci di flussi di elettroni. Per come siamo fatti dobbiamo mangiare aggregati di atomi, se ci vogliamo spostare, ci serve del terreno sotto i piedi. Il mondo A non è una fase, una tappa. Una cosa è una cosa è una cosa"
Volenti o nolenti quindi apparteniamo al mondo A, soprattutto quando camminiamo.
Questo valga come promemoria e ammonimento per ogni post che si mette in cammino dal mondo E al mondo A.

mercoledì 19 febbraio 2014

Silenzi e rumori a Monte Venere

Cà dell'Uomo Morto, civico 8
A volte si esce in escursione perché si risponde ad un’urgenza, perché si insegue un pensiero che ti fa alzare la testa. Spesso si esce perché si sente il bisogno fisico di dare un corpo al respiro, di sentire i polmoni fare del vento un boccone.
“Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non di questo mi sono messo a raccontare. Ma bisogna dica ch’erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto. Da molto tempo questo, ed ero col capo chino”. Prendo a prestito parole note e importanti di Elio Vittorini per descrivere lo stato d’animo di una domenica mattina, durante la lettura dei quotidiani online, mentre fuori la pioggia ha appena smesso di battere l’asfalto. Il capo è chino sugli editoriali, i furori non sono proprio astratti ma certamente non eroici, né vivi, almeno finché l’occhio non cade su questo articolo: alla ricerca del silenzio perduto. 
Nello zaino infilo la carta dei sentieri del Comune di Monzuno, un piccolo ombrello, il blocco note, pane e salame e un libro: Il paesaggio e il silenzio di EugenioTurri. Non per leggerlo ma per tenere fermo quel pensiero che mi ha fatto alzare la testa e prendere la porta di casa e salire in Appennino. Da solo. In silenzio.

giovedì 22 agosto 2013

Nel volto del Barba


Il Barba
“Un incontro è un’occasione di conoscenza reciproca tra almeno due persone che si ritrovano  volontariamente o casualmente, in un luogo.” Così recita la voce di un dizionario.
La nostra vita quotidiana è costellata di incontri. Nella vita professionale sono oggetto di una organizzazione a volte attenta e meticolosa al cui centro sta un obiettivo, un risultato più o meno esplicito;  dove le persone che incontriamo sono interlocutori da conoscere o da convincere, ruoli da rispettare; dove il luogo, nella migliore delle ipotesi, è una scenografia  da allestire perché l’incontro sia efficace, il risultato sia centrato, l’utile garantito.
Quando si è in cammino invece gli incontri fanno parte molto spesso della categoria dell’imprevisto. Danno ad una escursione il sapore dell’avventura, il gusto di una esperienza autentica, il significato di un dono inatteso e gratuito, l’occasione di uno scambio di esistenze. Anche in questo caso però per fare un incontro occorrono un luogo e almeno due persone.
Lungo il cammino da Barbiana a Monte Sole è l’incontro che fa il luogo e ancora di più lo fa la memoria dell’incontro. E’ così che Mendicanti, da anonima località geografica di Monzuno, diventa il luogo dove dodici persone hanno incontrato sul loro sentiero Il Barba.

lunedì 29 luglio 2013

Una seggiovia in spiaggia

Seggiovia a Lido di Spina (FE)
Nel 1968 c'era chi pensava che in spiaggia si dovesse arrivare come in cima ad una montagna, non a piedi, ma in seggiovia. Negli anni '60 le persone erano dominate dall'idea fissa di ridurre le distanze, di colmare gli spazi, di accorciare il tempo. Un'idea di modernità che cercava di superare la fatica del lavoro e del camminare, di scavalcare con un balzo meccanico i limiti imposti dalla natura e dal territorio, di ridurre o addirittura cancellare con la velocità di un sorpasso, i tempi lunghi che avevano scandito per secoli la vita di una società contadina e pastorale. E' stato chiamato miracolo italiano. Oggi magari possiamo sorridere di una seggiovia in spiaggia. Ma conviene riflettere sul nostro sorriso, magari facendo una camminata di sera, cercando le lucciole scomparse

Fotografia: Keystone/Getty Images