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mercoledì 19 novembre 2014

Boccaor e l'innocenza del paesaggio


Questo è un luogo che ha perso la sua innocenza. 
Questo pensiero ti coglie come un colpo di fucile, quando arrivi sul crinale tra le cime del Monte Boccaor e del Monte Meatte, salendo dalla Valle di San Liberale, lungo il sentiero CAI 153. Un colpo solo, che rimbomba tra le nuvole basse, nell’aria umida densa di pioggia  e ti tasti per sentire se ha colpito nel segno. 
Ti  guardi intorno smarrito perché non c’è orizzonte o giro di monti con cui orientarti. Sul crinale, tra la nebbia, segui il filo dei passi e il sentiero, senza quasi che te ne accorgi, s’infila in una trincea della Grande Guerra che  ti accoglie e ti avvolge: una parete di terra e sassi che arrivano al petto. Abbassi lo sguardo e vedi il fango che imbratta gli scarponi da escursionismo  e ne immagini altri chiodati e lerci di escrementi, vomito  e sangue che ristagnano nauseati piuttosto che uscire allo scoperto. Alzi lo sguardo e segui la lunga ferita scura che corre sul cotico erboso, scavata seguendo il profilo del crinale, ad un passo dal dirupo, come la ruga profonda su un volto smagrito.

martedì 21 ottobre 2014

Camminando intorno al Monte Pisanino

Monte Pisanino
Ci sono storie che fanno un paesaggio. Così almeno capita camminando sulle Apuane. Appena usciti dall’abitato di Vagli di Sopra, il sentiero 177 sale ripido al cospetto della Roccandagia, fino al verde prativo di Campocatino, seminato dalle vecchie e stentate casupole dei pastori, oggi ristrutturate per sobri soggiorni estivi, per poi tuffarsi in un bosco di faggi inquieti, tra rocce aspre. Rimanendo in costa e curvando verso SO, si esce al sole di questo ottobre estivo e gli occhi vengono colpiti da un’abbagliante luce bianca, tra il folto degli alberi, tanto che le mani cercano appoggio al ripido pendio del monte per tenere l’equilibrio. Sotto di noi si aprono le voragini squadrate delle Cave Campaccio e Scagli, Freddia e Bacalario percorse dalle nervose strade bianche del marmo. Si cerca ristoro da tanto chiarore volgendosi al cielo sereno dove in alto spicca la perfetta forma piramidale del Monte Pisanino. Una montagna come quelle che si disegnavano da bambini sui quaderni a quadretti, con due tratti netti che si congiungono in un punto a formare un angolo acuto, come la punta di quegli aeroplani di carta che solcavano, per un breve tratto, l’aria sospesa dei pomeriggi di gioco. Sembra di poterla toccare con la mano questa montagna tanto la sua imponenza la rende prossima. Lo sguardo sembra poter colmare in un balzo la distanza, mentre sono almeno due i chilometri che ci separano, e non solo quelli.

mercoledì 15 ottobre 2014

Perdere spazio


«Una volta un indirizzo stradale era un codice che si riferiva a un’area della mappa di una città disegnata secondo la geometria metrica, in cui sono definite le distanze. Con la nuova tecnologia la distanza scompare. Non si riduce solamente, come avveniva prima, quando le distanze si accorciavano grazie a un cavallo o a un aereo. Oggi vengono annullate, e quindi il nostro nuovo indirizzo è l’indirizzo del telefono cellulare o del computer, che funziona ovunque ci si trovi e permette di inviare messaggi ovunque sia il destinatario. In un certo senso non abitiamo più lo stesso spazio dei nostri genitori. Abbiamo cambiato spazio, e questo cambiamento è fondamentale sotto molti aspetti».

Con la rivoluzione digitale, quale spazio abitiamo? Bambini e giovani sono già nativi digitali e il loro luogo di nascita e di vita, la dimensione preferenziale del loro abitare è sempre più quella digitale, con una percezione dello spazio che è già altro rispetto alla distrazione e alla dispersione che caratterizzano le generazioni che stanno affrontando il digital divide. Siamo oltre la dimensione dell’essere fuori luogo che determina l’esperienza dello spaesamento, della dislocazione, dell’a-topia. Siamo nell’e-topia: siamo in un altro spazio che può prescindere dal corpo, semmai lo re-inventa, reinventando sé stesso.
Anche per quanto riguarda l’esperienza del paesaggio, la dialettica indigeno/straniero, insider/outsider è da riconsiderare e da ricollocare in relazione ad uno spazio che viene sempre meno percepito dai sensi e sempre più frammentato e reinterpretato dal bit e ricomposto e rappresentato in pixel come una realtà parallela e a volte più significativa di quella fisica.

giovedì 26 giugno 2014

Le cose del villaggio


La casa sul lago di Walden di H.D. Thoreau
"Mi allarmo quando, addentrandomi per un miglio in un bosco, mi accorgo di camminare con il corpo senza essere presente con lo spirito. Vorrei, nei miei vagabondaggi quotidiani, dimenticare le occupazioni del mattino e gli obblighi sociali. Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio. Il pensiero di qualche lavoro si insinua nella mente, e io non so più dove si trova il mio corpo, sono fuori di me. Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso. Perché rimanere nei boschi se continuo a pensare a qualcosa di estraneo a quel che mi circonda?” 

Henry David Thoreau, autore di Walden, camminatore nei boschi, ricercatore dello spirito, esploratore del selvatico, uomo libero.

mercoledì 26 marzo 2014

Sentieri e semiotica a Monte Venere

I segni del CAI
Si segna un sentiero per camminare in montagna il più possibile in sicurezza. 
Si segna un sentiero per rendere tollerabile il senso di incertezza che anima ogni escursione, per esorcizzare il rischio latente di perdersi senza togliersi il gusto dell’avventura e della scoperta. I segni possono essere chiari e precisi, ben collocati ed evidenti ma sono comunque segni e quindi non possono che indicare e alludere a ciò che non è in presenza, per cui l’interpretazione è necessaria, l’errore sempre possibile e l’attenzione obbligatoria. Un segno orizzontale bianco e uno rosso con smalto lucido sintetico sulla corteccia leggermente scrostata di un albero, su un palo, sul muro di una casa, su una roccia esposta sollecita proprio la nostra attenzione e ci rincuora quando pensiamo di avere smarrito il percorso. Piccole placche di plastica in corrispondenza di bivi ci danno la conferma che il sentiero che stiamo percorrendo è quello che abbiamo scelto con l’aiuto della carta. Le frecce direzionali disposte negli incroci più importanti  riportano le mete vicine, quelle intermedie e quelle finali insieme con i tempi di percorrenza e dettano spesso il momento della sosta per rifocillarci e fare il punto dell’itinerario fatto e quello ancora da fare.

venerdì 21 marzo 2014

Camminiamo nel mondo delle A-cose

L'e-trekking da salotto
Esiste il mondo A degli atomi, delle cose e il mondo E degli elettroni, ci ricorda il filosofo e scienziato Roberto Casati
C’è molta enfasi oggi sul mondo E: e-economy, e-commerce, e-democracy, e-learning, e-business, e-book solo per fare alcuni esempi. L’autore di Contro il colonialismo digitale ci ricorda però che “possiamo usare elettroni solo se li generiamo e li incanaliamo con atomi. Al tempo stesso è vero che molti aggregati di atomi, molte a-cose, sono oggi controllate, gestite, modificate grazie a un uso intelligente di flussi di elettroni. Il mondo contemporaneo, il mondo dell'elettronica è basato su un'interdipendenza stretta tra gli a-processi e gli e-processi. Ma l'interdipendenza è solo questo, interdipendenza e nulla più. Il mondo A non potrà venire rimpiazzato dal mondo E. Chi pensa e scrive il contrario di solito confonde le cose con le loro rappresentazioni, o parla di cose che sono solo rappresentazioni. Non possiamo solo nutrirci di flussi di elettroni. Per come siamo fatti dobbiamo mangiare aggregati di atomi, se ci vogliamo spostare, ci serve del terreno sotto i piedi. Il mondo A non è una fase, una tappa. Una cosa è una cosa è una cosa"
Volenti o nolenti quindi apparteniamo al mondo A, soprattutto quando camminiamo.
Questo valga come promemoria e ammonimento per ogni post che si mette in cammino dal mondo E al mondo A.

martedì 11 marzo 2014

Uno sguardo da Monte Adone


Dalla cima di Monte Adone
Salendo da Brento in cima al Monte Adone, in una giornata serena d’inverno, ci si ferma ad osservare il paesaggio della Valle del Setta. Lo sguardo asseconda e accarezza la curva a strapiombo delle pareti del Contrafforte, fino alla confluenza nella megalopoli padana, tenendo le Alpi all’orizzonte. In questi momenti, nella rigida temperatura del mattino, se si fa mente locale, si può intuire il rumore della risacca del mare. E’ quell’Adriatico delle origini che ha depositato durante il Pliocene, sulle coste di questo bacino, giorno dopo giorno, per secoli e millenni, i sedimenti terrestri in un ininterrotto riflusso delle maree, consegnandoli, nell’epoca quaternaria, ai sussulti tettonici di una Terra ancora inquieta. La costante azione degli agenti atmosferici ha completato poi l’opera, modellando e stratificando questi residui in ardite sculture di pietra, fossili e sabbia, molto simili a scogliere marine.

lunedì 3 febbraio 2014

Siamo una frana

La mappa delle frane in Emilia Romagna
L’articolo del Corriere della Sera di questi giorni sembra un bollettino di guerra. Elenca le strade della provincia interessate dalle frane sull’Appennino. Le piogge sono state copiose e costanti, a tratti  violente e così continuerà per altri giorni. Fiumi come il Reno e il Secchia si sono ingrossati e gli allarmi della Protezione civile si susseguono sulla base delle previsioni meteorologiche. Lungo tutto il crinale appenninico i fronti franosi si sono rimessi in movimento. La montagna ha ripreso il suo cammino verso valle.
Niente che non fosse prevedibile. Le mappe regionali e nazionali  delle frane descrivono la storia e la dimensione del dissesto idrogeologico del nostro paese come una grande questione nazionale, al pari della disoccupazione giovanile, della lotta alle mafie, delle riforme istituzionali, ma senza la stessa attenzione.  La maggior parte delle cronache raccontano con toni allarmati solo l’emergenza ma non  sempre scavano sotto la superficie della notizia del giorno. Preferiscono far franare a valle dell’opinione pubblica episodi tragici, vissuti difficili, immagini desolanti e invettive estemporanee, come detriti della comunicazione, perché tutto si fermi lì, fino alla prossima emergenza. Raccontano spesso la stessa storia: la tranquilla vita dell’uomo sconvolta da una natura scatenata e ostile. Ma è proprio così?

martedì 14 gennaio 2014

Un corridoio umanitario naturale


Paesaggio Protetto Colline di San Luca
La notizia è dei giorni scorsi ed è di quelle buone, rara di questi tempi: le colline di San Luca saranno un paesaggio protetto. La salvaguardia della collina bolognese ha una lunga storia. La strategia urbanistica degli anni ’60 del secolo scorso, impostata da Campos Venuti, ha informato i piani regolatori e le varianti  nei decenni successivi determinando un imprinting preciso nel paesaggio di Bologna. Basta oggi percorrere ad alta velocità l’Autostrada del Sole da Milano e il Colle della Guardia e la Chiesa di S. Luca dicono che sei arrivato a Bologna, riorientano lo sguardo sui confini della città tra la Garisenda e gli Asinelli, le Torri di Kenzo Tange e la nuova Torre Unipol e di notte guidano come un faro in un campo visivo spaccato in due tra una pianura che a destra brilla di inesausta elettricità e a sinistra la quieta massa naturale dell’Appenino, avvolta nell’oscurità. 

domenica 5 gennaio 2014

Il sentiero sulla scogliera di Etretat


Le scogliere di Etretat
"La cittadina di Etretat, inarcata a mezzaluna, con le bianche scogliere, i ciottoli bianchi e il mare azzurro, riposava sotto il sole di una splendida giornata di luglio. Alle due estremità della mezzaluna, le due porte, la piccola a destra, la grande a sinistra, protendevano nell’acqua tranquilla, l’una il suo piede di nana, l’altra la sua gamba di colosso; e la guglia alta quasi quanto la scogliera, larga alla base e sottile in cima, puntava verso il cielo la sua testa aguzza.”   
Così Guy de Maupassant, nella novella La Modella, descrive Etretat, un lontano passato di paese di poveri pescatori e un florido presente di centro turistico della Normandia, cominciato nell’800 ospitando maestri della pittura come Delacroix, Courbet, Boudin e Monet, scrittori come Maupassant e musicisti come Offenbach. E non ci sono parole più precise per descrivere l’arco che le scogliere disegnano intorno al centro abitato. Ma più ancora che al paese, al suo lungomare affollato di bagnanti, è alla scogliera che occorre rivolgere il passo. La Grand Randonée 21 passa di qui. E’ un sentiero di 92 km da Le Havre a Veulette sur Mer, che corre lungo la costa, in gran parte sulla scogliera, immergendosi nei campi e attraversando valli, porti e paesi. 

giovedì 2 gennaio 2014

Paesaggi dell'indifferenza


Monti Simbruini - Campo dell'Osso
Dei fatti di Monte Livata di questi giorni, insieme con il sollievo per le vite salvate, colpisce la facilità con cui la donna ha perso l’orientamento nel bosco innevato tra Campo dell'Osso, Monna dell'Orso e Acqua del Piccione e lo stato di smarrimento fisico e psicologico che ha condizionato le sue azioni successive. Colpisce il senso di spaesamento che caratterizza ormai il nostro rapporto con la natura selvatica, determinato da una distanza culturale sempre più incolmabile che ci separa da essa e da una disabitudine al contatto fisico che ce la rende estranea e immediatamente ostile, quando non si presenta in una forma addomesticata, magari da un impianto di risalita. Nel comportamento dei bambini stupisce invece la capacità quasi animalesca di adattamento alla situazione: cadere in un dirupo, dormire su un albero, al riparo di un anfratto tra le rocce, ascoltare il rumore dei botti di fine anno come eco lontana di una festa di paese. Il padre li ha chiamati eroi da cui prendere esempio per sopravvivere alla natura. Qualcuno invece li ha paragonati ad Hansel e Gretel sperduti nel bosco. I giornali hanno concentrato tutta la loro attenzione sui personaggi umani di questa storia, sui particolari anche morbosi e scabrosi di ognuno: il calzino perduto del bambino, le lacrime del soccorritore, la depressione della madre, la giustizia in agguato. Nei resoconti non una parola viene spesa per l’ambiente selvatico dei Monti Simbruini; appare come uno sfondo, quando nei fatti è uno dei protagonisti principali di questa storia. 
Indifferenti alla natura ci ripaga con la stessa indifferenza. 

martedì 2 aprile 2013

Nel bramito del cervo

Atteone sbranato dai cani
Cosa cerchiamo quando andiamo per boschi? Qualcuno va per i frutti del bosco o per i funghi, qualcuno per passeggiare, qualcuno per i residuati bellici, qualcuno per gli alberi, i fiori o i muschi, qualcuno per gli animali, da osservare, da fotografare o da uccidere.
C’è sempre un’emozione particolare quando si incontra un animale in un bosco. Capita con i caprioli, con i cinghiali, con la volpe, con la lepre. Capita con l’improvviso alzarsi in volo dell’aquila, sorpresa dal nostro sopraggiungere mentre si riposa sotto le fronde di un grande abete rosso, oppure con il dolce planare dai rami di un gallo forcello sopra le nostre teste. Capita con i cervi, a settembre, nella breve stagione degli amori quando un bramito lacera il silenzio del bosco per affermare il primato sulle femmine contro i contendenti. Eppure quel lamento lascia presagire un significato più profondo.
Questi incontri con il mondo selvatico hanno una carica emotiva che va oltre il senso dell’imprevisto e dell’inusuale che li accompagna; costituiscono semmai una sorta di rivelazione. Il rivelarsi del selvatico lascia una traccia indelebile nel racconto di ogni escursione, quasi un marchio di autenticità.