Visualizzazione post con etichetta Rifugio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rifugio. Mostra tutti i post

lunedì 3 febbraio 2014

Siamo una frana

La mappa delle frane in Emilia Romagna
L’articolo del Corriere della Sera di questi giorni sembra un bollettino di guerra. Elenca le strade della provincia interessate dalle frane sull’Appennino. Le piogge sono state copiose e costanti, a tratti  violente e così continuerà per altri giorni. Fiumi come il Reno e il Secchia si sono ingrossati e gli allarmi della Protezione civile si susseguono sulla base delle previsioni meteorologiche. Lungo tutto il crinale appenninico i fronti franosi si sono rimessi in movimento. La montagna ha ripreso il suo cammino verso valle.
Niente che non fosse prevedibile. Le mappe regionali e nazionali  delle frane descrivono la storia e la dimensione del dissesto idrogeologico del nostro paese come una grande questione nazionale, al pari della disoccupazione giovanile, della lotta alle mafie, delle riforme istituzionali, ma senza la stessa attenzione.  La maggior parte delle cronache raccontano con toni allarmati solo l’emergenza ma non  sempre scavano sotto la superficie della notizia del giorno. Preferiscono far franare a valle dell’opinione pubblica episodi tragici, vissuti difficili, immagini desolanti e invettive estemporanee, come detriti della comunicazione, perché tutto si fermi lì, fino alla prossima emergenza. Raccontano spesso la stessa storia: la tranquilla vita dell’uomo sconvolta da una natura scatenata e ostile. Ma è proprio così?

mercoledì 24 luglio 2013

Una neo tribù del camminare?

Camminare il fila indiana
Un recente articolo de Il Venerdì della Repubblica riporta gli esiti di una ricerca del Jfc sulla natura sempre più passionale e tribale del turismo italiano al punto da rendere legittimo domandarsi se anche l’escursionismo, nelle sue diverse manifestazioni, non sia toccato da questo fenomeno e non possa essere naturalmente inteso secondo la metafora come una tribù che cammina. "In mancanza di concetti costituiti e  capaci di rappresentare la realtà, dobbiamo saperci accontentare di metafore, di analogie, di immagini, tutte cose vaporose che sono mezzi meno cattivi per dire ciò che è" dice il sociologo Michel Maffesoli perché nell’era della rete, del postmoderno, della società liquida e del glocal nessuna definizione tiene la durata e la realtà sfugge alla comprensione umana, lasciando sempre più spesso le persone cercare il precario rifugio di un senso nella dimensione emotiva.

lunedì 6 maggio 2013

Quello che la pioggia porta con sé

Nel capanno partigiano
Durante il cammino da Barbiana a Monte Sole la pioggia si è fatta sentire dalle previsioni del tempo. Si è affacciata minacciosa fin dal mattino sulle pagine dei giornali prima della partenza, poi interrogando il web alla ricerca di conferme, infine scommettendo sui dolori articolari di qualcuno o scherzando sui presunti poteri di qualcun’altro. La pioggia è considerata una minaccia per il camminatore, la guastatrice di una escursione, la turbatrice del percorso. Una percezione che si è rafforzata nel corso del giorno quando abbiamo cominciato ad osservare nel cielo, lungo il crinale della Futa, i movimenti delle nuvole sospinte dalle correnti sopra Monte Gazzaro, la loro conformazione, la densità, le diverse scale di grigio che hanno chiuso progressivamente ogni squarcio di azzurro. Abbiamo scrutato il cielo come aùguri alla ricerca di presagi futuri e i nostri bravi accompagnatori, custodi del nostro cammino, avevano lo sguardo un po’ preoccupato e perplesso.

domenica 11 novembre 2012

Una casa di cortecce

Mario Rigoni Stern
"La mia terza casa fu un rifugio dell’inconscio e fisicamente non l’ho mai abitata. Dopo anni di guerra  mi ero ritrovato in un grande Lager, in un angolo molto triste della Prussia Orientale, ora diventato territorio dell’URSS. Baracche, reticolati, neve grigia. Disciplina spietata, fame da morire e tanti Gefangen stipati in una promiscuità anonima. Numeri non nomi. Su un foglio di carta chissà come trovato, con meticolosità e pazienza disegnai la casa che mi sarei costruita al ritorno. Il luogo che avevo scelto era lontano da altre abitazioni, in un bosco che conoscevo molto bene e all’incrocio di due carrarecce, su un piccolo rialzo. Ma questa casa era come una tana sotterranea, con un posto per dormire, un posto per il fuoco, un posto per una ventina di libri; avrei vissuto di caccia e di bosco, e di un piccolo orto dentro una radura. In questa casa seminterrata, fatta con tronchi e pietre, terra battuta e muschio e cortecce, era prevista ogni cosa necessaria alla mia vita, e dopo quanto avevo visto e provato mi pareva l’unica soluzione possibile della mia esistenza."

Mario Rigoni Stern, da Le mie quattro case