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martedì 25 novembre 2014

Fare una montagna

Massimo Mila
Di che cosa si parla durante un’escursione?
Molto spesso di altre escursioni. E le conversazioni assumono la forma di monologhi paralleli che qualche volta convergono intorno a un luogo, al nome di una cima o al ricordo di un rifugio per poi tornare a distanziarsi in traiettorie distinte, lungo sentieri che portano verso mete diverse. Sono conversazioni in cui domina il fare rispetto all’essere, in cui i luoghi, le cime, i rifugi diventano spesso le istantanee di un album di figurine o le immagini di un campionario di prodotti consumati o da consumare. Sono conversazioni in cui spesso predomina il che cosa e il quanto rispetto al come e al perché. E in tutto questo sono i luoghi che spariscono, che perdono sempre più di significato per divenire lo sfondo opaco di performance atletiche, di passatempi consolatori o di pratiche terapeutiche.
Viviamo una stagione di escursionismo di massa dove l’ansia per la sicurezza e il bisogno di ridurre e controllare il rischio ci tengono in gruppo, ma nell’intimo ci scopriamo spesso camminatori solitari e un po’ smarriti. E’ in questi momenti che occorre riscoprire il giusto significato dell’espressione fare una montagna, così come l’intendeva Massimo Mila nell’immediato dopoguerra, dopo avere trascorso sette anni in carcere e due in montagna, nella Resistenza, dopo avere ripreso la passione giovanile per l’alpinismo ed essere diventato uno dei più raffinati storici della musica. Basta guardarlo negli occhi, in questa foto segnaletica della polizia fascista. 
E’ in questi momenti che occorre riscoprire il senso dell’escursionismo e dell’alpinismo come esplorazione, come conoscenza e pratica della natura e di sé stessi in relazione alla natura.

mercoledì 15 ottobre 2014

Perdere spazio


«Una volta un indirizzo stradale era un codice che si riferiva a un’area della mappa di una città disegnata secondo la geometria metrica, in cui sono definite le distanze. Con la nuova tecnologia la distanza scompare. Non si riduce solamente, come avveniva prima, quando le distanze si accorciavano grazie a un cavallo o a un aereo. Oggi vengono annullate, e quindi il nostro nuovo indirizzo è l’indirizzo del telefono cellulare o del computer, che funziona ovunque ci si trovi e permette di inviare messaggi ovunque sia il destinatario. In un certo senso non abitiamo più lo stesso spazio dei nostri genitori. Abbiamo cambiato spazio, e questo cambiamento è fondamentale sotto molti aspetti».

Con la rivoluzione digitale, quale spazio abitiamo? Bambini e giovani sono già nativi digitali e il loro luogo di nascita e di vita, la dimensione preferenziale del loro abitare è sempre più quella digitale, con una percezione dello spazio che è già altro rispetto alla distrazione e alla dispersione che caratterizzano le generazioni che stanno affrontando il digital divide. Siamo oltre la dimensione dell’essere fuori luogo che determina l’esperienza dello spaesamento, della dislocazione, dell’a-topia. Siamo nell’e-topia: siamo in un altro spazio che può prescindere dal corpo, semmai lo re-inventa, reinventando sé stesso.
Anche per quanto riguarda l’esperienza del paesaggio, la dialettica indigeno/straniero, insider/outsider è da riconsiderare e da ricollocare in relazione ad uno spazio che viene sempre meno percepito dai sensi e sempre più frammentato e reinterpretato dal bit e ricomposto e rappresentato in pixel come una realtà parallela e a volte più significativa di quella fisica.

giovedì 26 giugno 2014

Le cose del villaggio


La casa sul lago di Walden di H.D. Thoreau
"Mi allarmo quando, addentrandomi per un miglio in un bosco, mi accorgo di camminare con il corpo senza essere presente con lo spirito. Vorrei, nei miei vagabondaggi quotidiani, dimenticare le occupazioni del mattino e gli obblighi sociali. Ma talvolta non è facile liberarsi delle cose del villaggio. Il pensiero di qualche lavoro si insinua nella mente, e io non so più dove si trova il mio corpo, sono fuori di me. Vorrei, nei miei vagabondaggi, far ritorno a me stesso. Perché rimanere nei boschi se continuo a pensare a qualcosa di estraneo a quel che mi circonda?” 

Henry David Thoreau, autore di Walden, camminatore nei boschi, ricercatore dello spirito, esploratore del selvatico, uomo libero.

mercoledì 7 agosto 2013

venerdì 17 maggio 2013

Leprino e il suo mondo

Leprino e il suo mondo
Leprino si accende quando si accende il suo mondo. Faliero Lepri - in arte Leprino -  è un signore ormai ultranovantenne, di piccola statura, dal passo malfermo, che la figlia accompagna all’incontro con noi della Barbiana Monte Sole in un pomeriggio piovoso di aprile, in un salone delle scuole di Sant’Agata di Scarperia, dove il suo mondo sta di casa. Quando si accende l’interruttore che dà vita al suo mondo, anche Leprino si fa ritto e sicuro sulle fragili gambe, schiarisce la voce e il suo sguardo si riempie della calda luce infantile del gioco e della burla. Il mondo di Leprino è uno dei più singolari paesaggi della nostalgia. E’ la ricostruzione fedele di alcune scene di vita del suo paese così com’era negli anni ‘30 del secolo scorso, al tempo della sua infanzia.

martedì 14 maggio 2013

Chi siamo quando ci diamo alla macchia?

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Taglio del bosco in località Porticciola
Scendendo dal convento di Monte Senario si prende un tratto della Via degli Dei, tenendo sulla sinistra Bivigliano. E’ qui che all’improvviso i nostri accompagnatori ci invitano a camminare in silenzio, nell’imboccare un sentiero tortuoso e un po’ sconnesso, in una macchia di carpini e faggi che ancora stenta a ritrovare i colori della primavera, dopo i guasti dell’inverno. Si cammina per qualche minuto e il rumore del passo sulle foglie accartocciate e sugli sterpi si fa più netto e secco e il tiepido sole del mezzogiorno riesce a malapena ad ammorbidire il senso di ruvido abbandono del luogo. “In questo punto nella sera del 29.8.1944 fu barbaramente ucciso dai tedeschi Guglielmo Aglietti di anni 26”. Così si legge a fatica su un cippo di pietra che spunta dalla terra, simile ad un tronco d’albero schiantato, coperto di muschi e licheni, circondato da un cordone di rami secchi.

lunedì 6 maggio 2013

Quello che la pioggia porta con sé

Nel capanno partigiano
Durante il cammino da Barbiana a Monte Sole la pioggia si è fatta sentire dalle previsioni del tempo. Si è affacciata minacciosa fin dal mattino sulle pagine dei giornali prima della partenza, poi interrogando il web alla ricerca di conferme, infine scommettendo sui dolori articolari di qualcuno o scherzando sui presunti poteri di qualcun’altro. La pioggia è considerata una minaccia per il camminatore, la guastatrice di una escursione, la turbatrice del percorso. Una percezione che si è rafforzata nel corso del giorno quando abbiamo cominciato ad osservare nel cielo, lungo il crinale della Futa, i movimenti delle nuvole sospinte dalle correnti sopra Monte Gazzaro, la loro conformazione, la densità, le diverse scale di grigio che hanno chiuso progressivamente ogni squarcio di azzurro. Abbiamo scrutato il cielo come aùguri alla ricerca di presagi futuri e i nostri bravi accompagnatori, custodi del nostro cammino, avevano lo sguardo un po’ preoccupato e perplesso.

lunedì 11 marzo 2013

Le pietre sono parole

Selenite e laterizio a Pieve di Pastino
Camminiamo tra le pietre quasi senza accorgercene. Di selenite e laterizio è fatta l’ultima escursione. A Pieve di Pastino, sopra Ozzano dell’Emilia, quelle che sembrano ad uno sguardo superficiale case abbandonate, sono invece i resti di una antica pieve medievale che ha le sue radici forse  in epoca romana.  L’abbraccio con cui il laterizio avvolge la selenite di una delle case diroccate, racconta al camminatore la storia di una Pieve che nel Medioevo governava su molte anime tra Bologna e il Mugello, lungo l'antico tracciato della Flaminia Minor. Grossa pietra angolare della casa, la selenite continua a sorreggere questo rudere dopo secoli, anche di fronte all'indifferenza degli uomini per il patrimonio culturale. Brilla come vetro alla luce del sole, come secoli fa quando faceva parte del tempio di Pan, da cui si dice che la Pieve derivi, oppure quando ornava gli edifici pubblici di Claterna, prima che la caduta dell’Impero Romano e la paura nelle contrade di pianura ne facessero materiale di riuso in collina, al seguito delle popolazioni in fuga.

domenica 11 novembre 2012

La mia città ha voglia di camminare?

"Le città hanno smesso o rischiano di smettere di essere democratiche quando alla vita di strada si sostituisce uno spazio diviso in aree recintate e sorvegliate ed una circolazione riservata solo alle automobili. (…) Il camminare dà fastidio perché genera molte cose, alcune delle quali non facilmente controllabili. Anzitutto questa esposizione del sé al mondo e l’impressione di essere uno dei corpi che ne costituiscono il paesaggio: e poi la democrazia che viene dall’impressione della compresenza tra altri corpi viventi. Un mondo di stranieri, sì, ma un mondo in cui il gioco del camminare invita alla vetrina e al rispecchiamento.”

Franco La Cecla, Prefazione a Storia del camminare di Rebecca Solnit, Bruno Mondadori