lunedì 11 marzo 2013

Le pietre sono parole

Selenite e laterizio a Pieve di Pastino
Camminiamo tra le pietre quasi senza accorgercene. Di selenite e laterizio è fatta l’ultima escursione. A Pieve di Pastino, sopra Ozzano dell’Emilia, quelle che sembrano ad uno sguardo superficiale case abbandonate, sono invece i resti di una antica pieve medievale che ha le sue radici forse  in epoca romana.  L’abbraccio con cui il laterizio avvolge la selenite di una delle case diroccate, racconta al camminatore la storia di una Pieve che nel Medioevo governava su molte anime tra Bologna e il Mugello, lungo l'antico tracciato della Flaminia Minor. Grossa pietra angolare della casa, la selenite continua a sorreggere questo rudere dopo secoli, anche di fronte all'indifferenza degli uomini per il patrimonio culturale. Brilla come vetro alla luce del sole, come secoli fa quando faceva parte del tempio di Pan, da cui si dice che la Pieve derivi, oppure quando ornava gli edifici pubblici di Claterna, prima che la caduta dell’Impero Romano e la paura nelle contrade di pianura ne facessero materiale di riuso in collina, al seguito delle popolazioni in fuga.

lunedì 4 marzo 2013

Tu chiamale se vuoi...percezioni/2

Intorno ad un palo della luce
Si fotografa solo ciò che si vuole vedere. Questo pensiero è venuto di fronte a un palo della luce posto tra la macchina fotografica e un bel panorama sui calanchi e la pianura padana presso Settefonti. Prima ho armeggiato con l’obiettivo senza risultato e poi mi sono spostato per scartare il palo ed eliminare il filo elettrico dalla mia inquadratura. E come me altri del gruppo in escursione. Perché? Perché si fotografa solo ciò che si vuole vedere. Perché non si vuole vedere il palo della luce? Semplice. Perchè è brutto. Perché rovina la fotografia e il panorama-cartolina che vogliamo riprodurre e portarci a casa. Perché quella bella immagine è ciò che cerchiamo, che ci aspettiamo o che abbiamo già visto, magari senza ricordarlo. Ma il palo c’è e serve e dice qualcosa di quel territorio. Come il palo esiste la cabina dell’energia elettrica, il cartellone pubblicitario di una nuova lottizzazione a basso consumo energetico, la sgraziata scritta spray sul muro di un ragazzo innamorato, gli infissi in alluminio anodizzato di una casa di chiassosi mattoni rossi, il grande cancello elettrificato di una villa che impedisce di vedere la valle. E tutto ciò passa davanti al nostro sguardo e racconta e dice qualcosa del paesaggio e anche del nostro mondo, come quel bel panorama che abbiamo scelto di fotografare. 

Tu chiamale se vuoi...percezioni/1

Vedere nascere una collina
Salendo da Maggio si può assistere a come nasce una collina. Si lascia alle spalle la pianura padana e la trafficata Via Emilia e si tengono di fronte i crinali assolati del Parco dei Gessi, ma volgendo lo sguardo di lato, subito dopo un vecchio macero da canapa, ornato di canneto, si assiste a un dolce arrotondarsi della terra, assecondato dalla pulizia dei terreni coltivati, che ne fanno come una lunga e docile groppa animale. A questa prima ne segue una seconda, un po’ più pronunciata, solcata da un fosso e una strada bianca che conduce a una vecchia casa di campagna, ristrutturata di recente. E’ a questo punto che il piede incontra la salita e la strada dritta sale a S. Pietro di Ozzano e alla sua torre medievale, ultimo residuo di un castello distrutto e franato, dopo essere stato per secoli rifugio dai pericoli di una pianura insicura e malsana. 

Paesaggio sonoro animale 
Quando si entra a piedi a S. Pietro di Ozzano, magari in tanti come durante un’escursione, si è accolti da un primo latrato di cane. Comincia un robusto maremmano dalla prima casa, che dà la voce alla coppia canina di quella successiva, che la passa al labrador della villetta a schiera, che lo rimanda a un bastardino saltellante in un giardinetto curato, che rilancia ad un burbero boxer che si intravvede nei radi buchi di una fitta recinzione. Giunti in cima, alla torre, questo molteplice e assordante coro si fonde e si completa per poi smorzarsi e tacere con il nostro dileguare dalla vista e dall’odorato. In questo piccolo borgo medievale della prima collina bolognese ci si poteva aspettare, di domenica mattina, il suono di una campana che chiama alla Messa, il richiamo di una madre ai figli che giocano in cortile, il rumore di un trattore che prepara il terreno alla semina. Niente di tutto ciò. Cani innervositi dietro cancellate metalliche, alte siepi e recinzioni plastiche di finta edera, vigilati da impianti di video sorveglianza, proteggono dallo sguardo del passante la proprietà privata, la preziosa tranquillità del fine settimana di abitanti immersi nel silenzio delle relazioni sociali e nell’abbaiare dei loro cani. E’ così che un paesaggio sonoro animale racconta qualcosa dell’insicuro abitare umano.

martedì 26 febbraio 2013

Salire sul monte

Monte Tabor in Galilea
“Dio mi chiama a salire sul monte per dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. […] L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano.” L’ultimo Angelus di Benedetto XVI, prima delle dimissioni.

Il Papa saluta e sale sul monte per incontrare Dio. Il monte è il luogo terreno più vicino al cielo, sede della dimora divina. Pregare, meditare e contemplare sono le forme di questo incontro con la divinità. Ma di quale monte parla il Papa? Del Monte Tabor, luogo della trasfigurazione di Cristo, da cui Pietro non voleva scendere al mondo per non allontanarsi dal suo Signore? Del Monte Sinai dove Mosè incontra il suo Dio che gli consegna le tavole della legge per portarle al suo popolo, che nel frattempo sceglie l’idolatria? Sarà per quest’idea sacra di montagna che per tanto tempo le vette sono state sedi di cappelle, croci e preghiere votive.
Il Papa dimissionario quando arriverà sul monte troverà anche altro. Scoprirà che la natura convive con l’ansia dell’uomo moderno di conquistare le cime, di lasciare una traccia nell’esplorazione dei limiti del suo io, di piantarvi bandiere nazionali, di costruire cippi e lapidi commemorative dopo avere sparso sangue, di innalzare tralicci per coprire il mondo di segnali radio, di installarvi stazioni sciistiche per consumare i fine settimana del turismo globale. Le cime dei monti, nate per essere inospitali all’uomo per incontrare il divino, sono diventate anche i luoghi dell’impresa, della guerra, del controllo, della distrazione di massa.

giovedì 21 febbraio 2013

Voto la bellezza

 
A pochi giorni dalle elezioni vale la pena ricordare queste parole di Peppino Impastato sulla bellezza, sulla capacità di riconoscere e di difendere la bellezza, come forma suprema di civilità, prima della politica, dentro la politica, sopra la politica.

domenica 17 febbraio 2013

Il partigiano assoluto

Cinquant'anni senza Beppe Fenoglio
Domani saranno trascorsi cinquant'anni dalla morte di Beppe Fenoglio. Pochi lo stanno ricordando, pubblicamente, ma è stato uno dei più significativi scrittori italiani del secolo scorso e solo la morte a 41 anni ha impedito che la sua voce e la sua scrittura, unica e straordinaria, ci dessero altre opere importanti dopo Il Partigiano Johnny, Una questione privata, La malora, La paga del sabato e i racconti, i tanti racconti. Uno scrittore postumo per lo più. In vita fu un provinciale, come tanti dei migliori di questo nostro strano paese.  Un uomo profondamente immerso nel paesaggio delle Langhe di cui ha fatto un personaggio fondamentale dei suoi romanzi al pari di Johnny, Milton, Paco, Tek Tek, Tarzan, Pinin e tanti altri. Eccolo Beppe, nei panni di Milton:
"Milton era un brutto: alto, scarno, curvo di spalle. Aveva la pelle spessa e pallidissima, ma capace di infoscarsi al minimo cambiamento di luce o di umore. A ventidue anni, già aveva ai lati della bocca due forti pieghe amare, e la fronte profondamente incisa per l'abitudine di stare quasi di continuo aggrottato. I capelli erano castani, ma mesi di pioggia e di polvere li avevano ridotti alla vile gradazione del biondo  All'attivo aveva solamente gli occhi, tristi e ironici, duri e ansiosi, che la ragazza meno favorevole avrebbe giudicato più che notevoli. Aveva gambe lunghe e magre, cavalline, che gli consentivano un passo esteso, rapido e composto."
Beppe Fenoglio, Una questione privata

giovedì 14 febbraio 2013

Un'escursione deve finire per essere vera

La neve fa il paesaggio in negativo
Una escursione continua anche quando si è rientrati a casa. Basta prendersi il tempo per riavvolgere la pellicola degli ultimi due giorni passati in Appennino. Si può fare con la penna, con la tastiera o anche con la mente, richiamando alla memoria i tanti momenti che scandiscono un’escursione: il ritrovo in stazione, la salita da Porretta, la prima neve lungo il percorso, la luce del sole nel bosco di pini silvestri, il panorama sul Corno alle Scale, l’arrivo al Rifugio Monte Cavallo e la cena abbondante preparata da Maria; la sveglia all’alba, il the caldo di Ivan, la ripida discesa da Monte Pianaccetto nella neve vergine, il pranzo al sacco nel castagneto abbandonato di Case Calistri; lasciare la neve e ritrovare la terra, il borgo fantasma di Banditelli, il sentiero smarrito a Casa Poli, l’attesa del treno nel freddo e nella penombra di Biagioni, i saluti in stazione. Il tempo trascorso assume così un senso compiuto. Una compiutezza che nasce dalla sensazione che gli eventi abbiano avuto un’inizio e una fine, una logica  in cui trovano posto le persone e i comportamenti, la natura e il paesaggio, la fatica e la tensione, le risate e i silenzi ma anche l’imprevisto e l’incidente, conferendo senso e pregnanza ad ogni momento. E’ come se il tempo fosse più tempo. E’ come se la vita fosse più vita. E’ questo che intendiamo con la parola esperienza e il senso di questa esperienza la possiamo chiamare avventura; nel senso etimologico del termine: ciò che ci viene incontro, come un destino.
Possiamo dire altrettanto della nostra vita quotidiana? Possiamo ritrovare questa compiutezza di senso in ciò che facciamo abitualmente nel vivere?

lunedì 4 febbraio 2013

Parlare con i piedi/ David Le Breton

In una foresta
"La percezione non è coincidenza con le cose, bensì interpretazione. Ogni uomo cammina in un universo sensoriale che è legato a ciò che la sua storia personale ha prodotto a partire dall'educazione che egli stesso ha ricevuto. Nel percorrere la medesima foresta, individui diversi sono sensibili a cose differenti. Vi è la foresta del cercatore di funghi e quella di chi ama le passeggiate, la foresta del fuggitivo, dell'indiano, del cacciatore, del guardiacaccia o del bracconiere, e quella degli innamorati e di coloro che ci si sono perduti; vi è la foresta degli ornitologi, ma anche quella degli animali o dell'albero, la foresta del giorno e quella della notte. Mille foreste nella stessa foresta, mille verità di un medesimo mistero che ci sfugge e si concede solo per frammenti. Non esiste una verità della foresta, bensì una moltitudine di percezioni a seconda delle prospettive, delle aspettative, della diversa appartenenza sociale e culturale. [...] L'antropologo non dimentica Andrè Breton, quando diceva che il mondo è una foresta di simboli, nella quale si cela un reale che si nutre della ricerca. Il ricercatore l'uomo del labirinto, sempre in cerca di un improbabile centro."
David Le Breton, Il sapore del mondo

domenica 3 febbraio 2013

Una legge per camminare

Sentiero CAI Monti dell'Uccelliera
Come cambiano i tempi! Se eri vagabondo fino a pochi decenni fa potevi finire i tuoi giorni in una camera a gas ed oggi invece il camminatore entra a pieno diritto tra i soggetti da tutelare, riservando ad esso in maniera quasi esclusiva quella preziosa e delicata infrastruttura dell'erranza che sono i sentieri. E' questo che in buona sostanza stabilisce la proposta di legge che prevede l'istituzione da parte della Regione della REER - Rete Escursionistica Emiliano Romagnola. Gli oltre 5000 km di sentieri della regione saranno gestiti, salvaguardati e valorizzati come beni di pubblica utilità perchè consentono quella pratica sociale, culturale, sportiva e turistica che si chiama escursionismo. Dalla REER verranno banditi tutti i mezzi a motore che possono produrre danni per la tenuta della sentieristica e pericolo per la sicurezza di chi cammina. Con il riconoscimento della pubblica utilità sarà più facile il rapporto con i proprietari privati sui cui terreni passano i sentieri, fino ad oggi legato ad atti amministrativi impositivi e discrezionali che prendevano corpo nella servitù di passaggio. Si potrà aprire una stagione di programmazione territoriale concertata tra soggetti pubblici, associazioni e privati per valorizzare la rete dei sentieri e soprattutto promuovere la pratica dell'escursionismo nelle sue diverse forme anche e soprattutto come tutela e promozione del paesaggio collinare e montano, dei suoi giacimenti culturali, di quelle attività imprenditoriali che hanno fatto della valorizzazione dei prodotti del territorio un modo per fare impresa nella sostenibilità ambientale.

sabato 26 gennaio 2013

Triangolo nero per i vagabondi

Domani è il Giorno della Memoria, dedicato al ricordo di tutte le vittime della persecuzione e della deportazione del nazi-fascismo. La lingua ebraica ha dato a questo evento la parola shoah che nel suo significato etimologico di catastrofe non riesce a tradurre e a rendere l'incommensurabilià della tragedia avvenuta, tale da evocare in molti l'idea del male assoluto. La vastità dell'esperienza della deportazione e dell'internamento nei lager nazisti supera i confini etnici del popolo ebraico perchè  ha conivolto altre popolazioni come rom e sinti, confessioni religiose come i Testimoni di Geova, i prigionieri politici, gli omossessualii disabili e i malati di mente. Può sembrare incredibile ma anche i vagabondi sono stati vittime della deportazione, contrassegnati con il triangolo nero degli asociali, vittime due volte del pregiudizio storico e dell'annientamento. Una legislazione diffusa in molte parti dell'Europa dall'inizio dell'età moderna, fondata anche su fenomeni reali come l'accattonaggio e il banditismo, ha contribuito però a costruire uno stereotipo negativo del vagabondo, come colui che trascorre la vita da un luogo ad un altro, senza una professione sicura e senza una casa e per questa sua alterità, pericoloso per la comunità e per l'ordine costituito. Il campo semantico della parola vagabondo è quindi coinciso per alcuni anni con il tragico perimetro dei campi di concentramento. Il cammino del vagabondo, a volte senza mèta, se non quella del sostentamento, è coinciso per quegli anni con la crudele esperienza della marce della morte.
Se è vero, come molti sostengono, che l'odierna pratica del camminare favorisce l'esercizio della memoria come cura di sè, allora, con una passeggiata silenziosa, ricordiamo che anche questo è stato.

Parlare con i piedi/ Gianni Celati

giovedì 24 gennaio 2013

Perdersi fa bene?

Ieri un uomo anziano si è perso di notte con la sua automobile sull'Appennino tosco-emiliano, dopo aver finito la benzina. L'uomo è stato trovato dalla Polizia. Un'avventura che ha fatto notizia. Perdersi e orientarsi sono verbi riflessivi che esprimono il nostro modo di essere nel mondo, di abitare lo spazio: sono un azione culturale ed esistenziale.
Bussola e mappa
Nonostante le nostre mappe da adulti, smarrirsi è un’esperienza sempre latente. Passiamo gran parte del nostro tempo a conquistare, determinare, riconfermare le boe intorno alle quali muoverci, i punti di riferimento che determinano noi stessi come individui ambientati, capaci di non disperare nel tragitto incognito tra un luogo ed un altro luogo amico. Il rovesciamento di questa latenza, anzi l’uso di questa sensazione di pericolo possibile e imminente è il senso dell’avventura, la conquista dello spazio cioè di nuovi spazi per i nostri movimenti, di nuovi amici, di nuovi luoghi, l’ampliamento della nostra mappa mentale. Perdersi in questi casi è la condizione di origine, il bisogno ed il terreno su cui si comincia o si ricomincia ad orientarsi. Dal perdersi all’orientarsi c’è un processo culturale, l’uso delle occasioni esterne, indifferenti, per volgerle a nostro favore, il piegare l’estraneo a divenire accogliente, a permettere di dimorarvi.

mercoledì 23 gennaio 2013

Pensare con i piedi/ Franco Cassano

Giornata internazionale della lentezza: un'immagine
"Passeggiare è evadere dalla corsa feroce, da quell'assedio che chiude le porte da cui potrebbe entrare la vita, da quelle giornate murate che fanno del telefono cellulare un cellulare di polizia. Passeggiare è mettere la punteggiatura ai giorni, andare a capo, voltare pagina, creare intervalli, parentesi o punti interrogativi. Passeggiare vuol dire infiltrare un po' di vacanza in ogni giornata, lasciare aperta una fessura nel quotidiano, sapendo che la sorpresa può entrare anche dalle porte strette. [...] Passeggiare è un'arte povera, un far niente pieno di cose, il piacere di scrivere una pagina bianca, una risacca dolce della nostra vita minima. Passeggiare vuol dire partire per arrivare, ma senza impegno, perchè ci si può fermare prima, cambiare percorso, inseguire un'altra idea, prendere una strada secondaria, fare una digressione.

lunedì 21 gennaio 2013

Guarda....

Capita spesso, quando si cammina in montagna, di accompagnare qualcuno in un luogo preciso, scelto magari con qualche trepidazione per particolare bellezza o significato, e dire al compagno o alla compagna: "Guarda...", accompagnando l'esortazione con il gesto semplice dell'offerta del panorama, di sè e del proprio rapporto con il mondo. In quel gesto c'è la proposta di una condivisione di sguardi, di emozioni e di percezioni. La ricerca di una meraviglia che vorremmo svelasse una comune profondità e intimità. E' forse questo il senso di quel silenzio che segue quel gesto e quella parola, di quei puntini di sospensione? Occorrebbe indugiare con il pensiero su quel silenzio, dove spesso il discorso umano non arriva. Le fotografie possono qualcosa quando fermano in un'immagine le persone che guardano un paesaggio. Parlano di contemplazione, introspezione, attesa, del nostro modo di abitare il mondo, di essere nel paesaggio.

 

domenica 20 gennaio 2013

Compagni di avventura

Alan e David
Andare in montagna in gruppo è una pratica sempre più diffusa. Persone di provenienza diversa si incontrano in un luogo e in un'ora prestabilita per condividere un percorso e una meta anche per il tempo di una sola giornata. Ognuno con condizioni fisiche ed esperienze diverse, con motivazioni e bisogni, dichiarati o reconditi, altrettanto diversi. Con loro uno o più accompagnatori, così si chiamano quando ad organizzare è il CAI. Chi è un accompagnatore? I documenti parlano chiaro. Non è una guida, perchè non è un professionista, ma un volontario che non percepisce un compenso per il suo compito. Questo non significa che non debba essere preparato e responsabile. Un accompagnatore deve avere competenze tecniche, capacità relazionali, conoscenze ambientali e storiche che ne fanno un testimone privilegiato del territorio e della passione per la montagna e il camminare. Se le parole però hanno un senso vale la pena soffermarsi sull'etimologia di compagno che affonda le sue radici nel latino cum panis, colui con cui si condivide lo stesso pane, oppure cum pagus, colui che viene dallo stesso paese. In quel cum dell'accompagnare c'è un'idea forte di condivisione dello stesso cibo e dello stesso luogo, nel tempo e nello spazio breve di una escursione. L'idea di condividere un comune cammino, un comune paesaggio e in un certo senso un comune destino ha a che fare anche con una certa idea di umanità e con un certo modo di stare nel mondo. Per questo ogni escursione può essere percepita e descritta anche come un'avventura - senza per questo dimenticare la sicurezza - e per questo è importante riconoscersi durante e dopo di essa compagni di avventura. Uno dei miei accompagnatori preferiti si chiama Alan Breck Stewart, l'ho incontrato in Scozia mentre accompagnava a piedi dall'Isola di Mull a Edimburgo un ragazzo di nome David Balfour in uno dei più avvincenti romanzi di Robert Louis Stevenson, scrittore e escursionista.Vale la pena conoscerlo.

mercoledì 16 gennaio 2013

Oggi è arrivata la neve

Dove stiamo andando?
"Ma dov'è questo freddo che giornali e televisioni ci vogliono far credere? Freddo polare, freddo siberiano, bufere di neve, strade ingolfate [... ] E' che noi uomini abbiamo la memoria corta, e chi ce la vuole ravvivare non ne ha. Pochi sono quelli che sull'agenda scrivono le temperature, le precipitazioni, i cambiamenti del clima. Solo affari, solo appuntamenti; una volta erano certamente di più gli uomini che usavano annotare anche le cose della natura, perchè ora si vive con artifizi, ossia con espedienti diretti a ottenere effetti estranei all'ordine naturale.
Prova, lettore, a immaginare una fatto importante della tua vita localizzandolo nel luogo e nella stagione e prova a ricordare com'era il tempo. Freddo? Caldo? Era sereno il cielo? Raffrontalo con l'oggi e vedrai che gli eccessi, le esagerazioni sono più volte fuori tempo"
Mario Rigoni Stern, Stagioni

venerdì 11 gennaio 2013

Errare humanum est?

Bonjour Monsieur Courbet
Cosa dice l’errore della diritta via?
Cammino randagio nella sezione genetica de La Villette di Parigi e mi accorgo che senza l’errore, senza la casuale combinazione di fattori, senza la deviazione episodica dalla diritta via della ripetitività dei comportamenti umani e animali, non vi sarebbe stata evoluzione e quindi vita. Esiste quindi un errore creativo. Come distinguerlo da un errore distruttivo? Errare è quindi umano, ma è soprattutto vitale. Quando errare diventa vitale? Dante smarrisce la diritta via in una selva e si incammina lungo la più difficile strada dell’inferno, del purgatorio e del paradiso, in un viaggio nella vita dell’uomo, della storia, della divinità. Errare è diventato sinonimo negativo del camminare, deviazione dalla retta via dettata prima di tutto dalla religione cristiana e dai suoi comandamenti. Via, Verità e Vita sono le tre V del cammino nella luce di Cristo, ci insegnavano da piccoli:  la Via sta nella Verità che sta nella Vita, solo se consacrata al Cristo. Sarà per questo che la Chiesa ha così tante resistenze ad ammettere l’evoluzionismo, fondato sul caso, sulla possibilità dell’errore, su una costante erranza della vita, che non ammette diritte vie precostituite. Sarà per questo che la diritta via, spesso rappresentata dalla legge, ha punito per tanto tempo l’erranza, il vagabondaggio, il nomadismo del singolo come di un intero popolo, confinandolo ai margini della società, spesso nella categoria dell’errore sociale, come pericolosa alterità.

Scendendo dal Mutegg

SchwemmAlm pistenplan
Credo abbia ragione Marcello. La differenza fondamentale tra chi cammina e chi scia in montagna è semplice: ai primi piace salire e ai secondi scendere. E’ una considerazione anche banale ma che mi ha consolato, al rientro a casa dopo l’ultima escursione al Mutegg che non mi aveva lasciato del tutto soddisfatto per la forzata convivenza in quota con la vorticosa giostra degli sciatori. Salita/discesa, camminare/scivolare, lentezza/velocità, orientamento/traiettorie, osservazione del paesaggio/colpo d’occhio, equipaggiamenti poveri/ricchi. Sono solo alcuni dei tratti che disegnano la linea di demarcazione tra chi sale a piedi e chi scende con gli sci. Nessun giudizio di valore. Semmai la constatazione di due universi umani che convivono su una montagna. Ma anche due modi diversi di intendere la montagna. Per chi cammina la montagna è un luogo, molto spesso inospitale e proibitivo, dove le dimensioni primordiali del cielo e della terra si toccano e si incontrano ma dove molto spesso proprio l’uomo è fuori luogo. Per chi scia la montagna è quella della foto: linee rette di seggiovie, linee curve di piste e di raccordi tra bar, ristoranti e solarium, simili al reticolo autostradale dove non è ammesso ostacolo alla libertà di movimento dell’uomo che scivola via senza pensieri che non siano quelli di controllare la propria adrenalina.  La montagna per chi sale a piedi è la mèta che dà il senso alla fatica di una giornata, per chi scende con gli sci è un punto di partenza per l’ebrezza di pochi minuti. 

venerdì 4 gennaio 2013

Mi sono imboscato

Sordi e Gassman ne La Grande Guerra
Quando cammino in un bosco sento che il mio passo rallenta e si distende. E’ successo anche oggi nel corso della bella ciaspolata nella valle dello Steinrast (di cui segue la traccia). Sarà stato il phön che calava dai pendii scoperti del Reatten, con il rumore sinistro di un anticipo di valanga (segnalata anche dai cartelli). Mi sono quindi imboscato tra abeti bianchi e rossi misti a larici ischeletriti e tra tappeti di muschio morbido che bucava la neve e mi sono sentito subito al riparo. Il verbo imboscare ha anche un significato protettivo. Rispondeva alla pratica difensiva di nascondere se stessi e i propri beni in un bosco, come se fosse un luogo sicuro, magari perché inospitale. Sono sempre di più le persone oggi che cercano rifugio e riparo nel bosco. Ci sono nuove minacce da cui difendersi, da cui scappare e per cui nascondersi, anche solo per qualche giorno. Come se la fotosintesi oltre a ripulire l’aria depurasse anche le menti dalle inquietudini e dalle paure. Si può forse riconsiderare l’accezione negativa del sostantivo imboscato, imposto da una retorica guerresca anche nella trincea del lavoro, in un paese, come il nostro, che fortunatamente ha conosciuto anche il Diario di un imboscato durante la Grande Guerra e che deve la sua Liberazione a una giovane generazione che ha deciso di imboscarsi per poi ridiscendere, temprata da quel bosco, in città. Resta l’imboscata, la più antica tattica di guerra che l’uomo abbia inventato per sopraffare tra gli esseri viventi anche i suoi simili. Oggi ne ho evitate di nuove e diverse ad opera di proiettili umani con gli sci che scendevano lungo piste che squarciavano il bosco e da cui mi sono difeso nell’unico modo che conosco: imboscandomi ancora di più.  

giovedì 3 gennaio 2013

Ultental - La lingua di un luogo

Sono arrivato nella Ultental. Di seguito due passeggiate invernali nella valle a partire da St. Walburg. Due itinerari per fare gamba e fiato, senza asperità, senza difficoltà, senza ciaspole, ma nella neve. Due passeggiate per avere un’idea di che cosa è una valle alpina che vive nella cultura del maso, quando li vedi arrampicati sui pendii più scoscesi, dove il pascolo sconfina nella roccia. Per camminare qui con un minimo di cognizione bisogna rendersi famigliari i nomi dei luoghi, delle montagne e dei sentieri, immergersi in essi, farli diventare i propri punti di riferimento nella mappa mentale con cui costruiamo o ricostruiamo il percorso. Occorre però abbandonare la facile scorciatoia del bilinguismo altoatesino, cercando il rassicurante toponimo italiano, se non si vuole cadere rapidamente nello spaesamento. Meglio la fatica della lettura, anche a posteriori, sulla mappa o quella paziente dei segnavia, facendo l'orecchio a suoni all’apparenza difficili. Un luogo è anche una lingua, la sua lingua, quando si percepisce che una parola descrive un luogo ed anche il suo suono è parte del significato di quel luogo.