martedì 30 aprile 2013

Dove si trova Barbiana?

"Dove si trova Barbiana?"
Quarantatré gradi, cinquantaquattro minuti e zero secondi di latitudine nord. Undici gradi e ventotto minuti di longitudine est.  
Così le coordinate geografiche identificano in maniera inequivocabile Barbiana sulla mappa. Ma la precisione non basta a definire un luogo e il termine luogo non si limita alle definizioni che danno i dizionari. Un luogo come Barbiana non sarebbe tale se non fosse per la vita, la memoria e la storia di cui sono impregnati la terra e i sassi, le fronde del bosco, i mattoni della chiesa, le cortecce dei cipressi, le foglie della vite pensile, il muretto del cimitero, la piscinetta di montagna, il legno del tavolaccio, i cartelloni ingialliti alle pareti, l’astrolabio fatto a mano, il tornio consunto nella sacrestia. E tante altre cose potrebbero raccontare questo luogo, ma per farlo occorre l’uomo e non solo Don Lorenzo Milani, che ha fatto di questo angolo di Appennino toscano un luogo universale, ma anche i suoi ragazzi che lo hanno animato e trasformato e dopo di loro le migliaia di persone che continuano a salire quassù per respirare l’aria di un pensiero limpido e intransigente, per provare a vivere meglio.

domenica 28 aprile 2013

L'astrolabio di Barbiana

Astrolabio di Barbiana - Particolare
Appena tornati a casa da un cammino, durato una settimana, da Barbiana a Monte Sole, i sentimenti più urgenti sono la nostalgia e il desiderio: la paura di dissipare l’esperienza appena conclusa e la voglia di perpetuarla e di ripeterla. Un doloroso  attrito tra passato e futuro, sulla pelle del nostro presente. Nostalgia è parola di orgine greca composta da nostos (ritorno) e algos (dolore):  il dolore per una patria lontana, il ricordo di uno stato originario felice, la cui assenza provoca turbamento e spaesamento. Cosa vorrà dire allora sentirsi spaesati nella propria casa, al ritorno da una lunga camminata, lontani dal mondo, nel paesaggio dell’Appennino?

sabato 27 aprile 2013

Ogni paesaggio ha il suo cielo

La classificazione delle nuvole
“Non si dà paesaggio senza cielo. […] Ogni paesaggio ha il suo cielo. […] Il cielo vive all’unisono con ciò che avviene sulla terra”. Vengono in mente queste frasi del geografo Eugenio Turri camminando lungo gli argini del fiume Reno, in questa parte della Pianura  Padana tra Consandolo e Argenta, tra Emilia e Romagna. Il cielo si riflette negli stretti specchi d’acqua del fiume e in quelli più ampi delle vasche di compensazione, facendo labile e confusa la sottile linea di confine tra cielo e terra. Il paesaggio vallivo vive e si dà  per linee orizzontali. La meteorologia consente di descrivere e conoscere il cielo e i suoi effetti sulla terra, ma si interessa solo del cielo atmosferico, non del cielo uranico che abbiamo da tempo dimenticato. Per secoli e per millenni l’uomo ha rivolto lo sguardo al cielo come a un luogo sempre presente e sconosciuto, impossibile da raggiungere, altro da lui e per questo misterioso; sede delle divinità, punto di riferimento per le preghiere, le invocazioni e i vaticini; mèta di una vita ultraterrena di riscatto, solo immaginata e quanto mai ambita. 

martedì 2 aprile 2013

Nel bramito del cervo

Atteone sbranato dai cani
Cosa cerchiamo quando andiamo per boschi? Qualcuno va per i frutti del bosco o per i funghi, qualcuno per passeggiare, qualcuno per i residuati bellici, qualcuno per gli alberi, i fiori o i muschi, qualcuno per gli animali, da osservare, da fotografare o da uccidere.
C’è sempre un’emozione particolare quando si incontra un animale in un bosco. Capita con i caprioli, con i cinghiali, con la volpe, con la lepre. Capita con l’improvviso alzarsi in volo dell’aquila, sorpresa dal nostro sopraggiungere mentre si riposa sotto le fronde di un grande abete rosso, oppure con il dolce planare dai rami di un gallo forcello sopra le nostre teste. Capita con i cervi, a settembre, nella breve stagione degli amori quando un bramito lacera il silenzio del bosco per affermare il primato sulle femmine contro i contendenti. Eppure quel lamento lascia presagire un significato più profondo.
Questi incontri con il mondo selvatico hanno una carica emotiva che va oltre il senso dell’imprevisto e dell’inusuale che li accompagna; costituiscono semmai una sorta di rivelazione. Il rivelarsi del selvatico lascia una traccia indelebile nel racconto di ogni escursione, quasi un marchio di autenticità.

lunedì 11 marzo 2013

Le pietre sono parole

Selenite e laterizio a Pieve di Pastino
Camminiamo tra le pietre quasi senza accorgercene. Di selenite e laterizio è fatta l’ultima escursione. A Pieve di Pastino, sopra Ozzano dell’Emilia, quelle che sembrano ad uno sguardo superficiale case abbandonate, sono invece i resti di una antica pieve medievale che ha le sue radici forse  in epoca romana.  L’abbraccio con cui il laterizio avvolge la selenite di una delle case diroccate, racconta al camminatore la storia di una Pieve che nel Medioevo governava su molte anime tra Bologna e il Mugello, lungo l'antico tracciato della Flaminia Minor. Grossa pietra angolare della casa, la selenite continua a sorreggere questo rudere dopo secoli, anche di fronte all'indifferenza degli uomini per il patrimonio culturale. Brilla come vetro alla luce del sole, come secoli fa quando faceva parte del tempio di Pan, da cui si dice che la Pieve derivi, oppure quando ornava gli edifici pubblici di Claterna, prima che la caduta dell’Impero Romano e la paura nelle contrade di pianura ne facessero materiale di riuso in collina, al seguito delle popolazioni in fuga.

lunedì 4 marzo 2013

Tu chiamale se vuoi...percezioni/2

Intorno ad un palo della luce
Si fotografa solo ciò che si vuole vedere. Questo pensiero è venuto di fronte a un palo della luce posto tra la macchina fotografica e un bel panorama sui calanchi e la pianura padana presso Settefonti. Prima ho armeggiato con l’obiettivo senza risultato e poi mi sono spostato per scartare il palo ed eliminare il filo elettrico dalla mia inquadratura. E come me altri del gruppo in escursione. Perché? Perché si fotografa solo ciò che si vuole vedere. Perché non si vuole vedere il palo della luce? Semplice. Perchè è brutto. Perché rovina la fotografia e il panorama-cartolina che vogliamo riprodurre e portarci a casa. Perché quella bella immagine è ciò che cerchiamo, che ci aspettiamo o che abbiamo già visto, magari senza ricordarlo. Ma il palo c’è e serve e dice qualcosa di quel territorio. Come il palo esiste la cabina dell’energia elettrica, il cartellone pubblicitario di una nuova lottizzazione a basso consumo energetico, la sgraziata scritta spray sul muro di un ragazzo innamorato, gli infissi in alluminio anodizzato di una casa di chiassosi mattoni rossi, il grande cancello elettrificato di una villa che impedisce di vedere la valle. E tutto ciò passa davanti al nostro sguardo e racconta e dice qualcosa del paesaggio e anche del nostro mondo, come quel bel panorama che abbiamo scelto di fotografare. 

Tu chiamale se vuoi...percezioni/1

Vedere nascere una collina
Salendo da Maggio si può assistere a come nasce una collina. Si lascia alle spalle la pianura padana e la trafficata Via Emilia e si tengono di fronte i crinali assolati del Parco dei Gessi, ma volgendo lo sguardo di lato, subito dopo un vecchio macero da canapa, ornato di canneto, si assiste a un dolce arrotondarsi della terra, assecondato dalla pulizia dei terreni coltivati, che ne fanno come una lunga e docile groppa animale. A questa prima ne segue una seconda, un po’ più pronunciata, solcata da un fosso e una strada bianca che conduce a una vecchia casa di campagna, ristrutturata di recente. E’ a questo punto che il piede incontra la salita e la strada dritta sale a S. Pietro di Ozzano e alla sua torre medievale, ultimo residuo di un castello distrutto e franato, dopo essere stato per secoli rifugio dai pericoli di una pianura insicura e malsana. 

Paesaggio sonoro animale 
Quando si entra a piedi a S. Pietro di Ozzano, magari in tanti come durante un’escursione, si è accolti da un primo latrato di cane. Comincia un robusto maremmano dalla prima casa, che dà la voce alla coppia canina di quella successiva, che la passa al labrador della villetta a schiera, che lo rimanda a un bastardino saltellante in un giardinetto curato, che rilancia ad un burbero boxer che si intravvede nei radi buchi di una fitta recinzione. Giunti in cima, alla torre, questo molteplice e assordante coro si fonde e si completa per poi smorzarsi e tacere con il nostro dileguare dalla vista e dall’odorato. In questo piccolo borgo medievale della prima collina bolognese ci si poteva aspettare, di domenica mattina, il suono di una campana che chiama alla Messa, il richiamo di una madre ai figli che giocano in cortile, il rumore di un trattore che prepara il terreno alla semina. Niente di tutto ciò. Cani innervositi dietro cancellate metalliche, alte siepi e recinzioni plastiche di finta edera, vigilati da impianti di video sorveglianza, proteggono dallo sguardo del passante la proprietà privata, la preziosa tranquillità del fine settimana di abitanti immersi nel silenzio delle relazioni sociali e nell’abbaiare dei loro cani. E’ così che un paesaggio sonoro animale racconta qualcosa dell’insicuro abitare umano.

martedì 26 febbraio 2013

Salire sul monte

Monte Tabor in Galilea
“Dio mi chiama a salire sul monte per dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. […] L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano.” L’ultimo Angelus di Benedetto XVI, prima delle dimissioni.

Il Papa saluta e sale sul monte per incontrare Dio. Il monte è il luogo terreno più vicino al cielo, sede della dimora divina. Pregare, meditare e contemplare sono le forme di questo incontro con la divinità. Ma di quale monte parla il Papa? Del Monte Tabor, luogo della trasfigurazione di Cristo, da cui Pietro non voleva scendere al mondo per non allontanarsi dal suo Signore? Del Monte Sinai dove Mosè incontra il suo Dio che gli consegna le tavole della legge per portarle al suo popolo, che nel frattempo sceglie l’idolatria? Sarà per quest’idea sacra di montagna che per tanto tempo le vette sono state sedi di cappelle, croci e preghiere votive.
Il Papa dimissionario quando arriverà sul monte troverà anche altro. Scoprirà che la natura convive con l’ansia dell’uomo moderno di conquistare le cime, di lasciare una traccia nell’esplorazione dei limiti del suo io, di piantarvi bandiere nazionali, di costruire cippi e lapidi commemorative dopo avere sparso sangue, di innalzare tralicci per coprire il mondo di segnali radio, di installarvi stazioni sciistiche per consumare i fine settimana del turismo globale. Le cime dei monti, nate per essere inospitali all’uomo per incontrare il divino, sono diventate anche i luoghi dell’impresa, della guerra, del controllo, della distrazione di massa.

giovedì 21 febbraio 2013

Voto la bellezza

 
A pochi giorni dalle elezioni vale la pena ricordare queste parole di Peppino Impastato sulla bellezza, sulla capacità di riconoscere e di difendere la bellezza, come forma suprema di civilità, prima della politica, dentro la politica, sopra la politica.

domenica 17 febbraio 2013

Il partigiano assoluto

Cinquant'anni senza Beppe Fenoglio
Domani saranno trascorsi cinquant'anni dalla morte di Beppe Fenoglio. Pochi lo stanno ricordando, pubblicamente, ma è stato uno dei più significativi scrittori italiani del secolo scorso e solo la morte a 41 anni ha impedito che la sua voce e la sua scrittura, unica e straordinaria, ci dessero altre opere importanti dopo Il Partigiano Johnny, Una questione privata, La malora, La paga del sabato e i racconti, i tanti racconti. Uno scrittore postumo per lo più. In vita fu un provinciale, come tanti dei migliori di questo nostro strano paese.  Un uomo profondamente immerso nel paesaggio delle Langhe di cui ha fatto un personaggio fondamentale dei suoi romanzi al pari di Johnny, Milton, Paco, Tek Tek, Tarzan, Pinin e tanti altri. Eccolo Beppe, nei panni di Milton:
"Milton era un brutto: alto, scarno, curvo di spalle. Aveva la pelle spessa e pallidissima, ma capace di infoscarsi al minimo cambiamento di luce o di umore. A ventidue anni, già aveva ai lati della bocca due forti pieghe amare, e la fronte profondamente incisa per l'abitudine di stare quasi di continuo aggrottato. I capelli erano castani, ma mesi di pioggia e di polvere li avevano ridotti alla vile gradazione del biondo  All'attivo aveva solamente gli occhi, tristi e ironici, duri e ansiosi, che la ragazza meno favorevole avrebbe giudicato più che notevoli. Aveva gambe lunghe e magre, cavalline, che gli consentivano un passo esteso, rapido e composto."
Beppe Fenoglio, Una questione privata

giovedì 14 febbraio 2013

Un'escursione deve finire per essere vera

La neve fa il paesaggio in negativo
Una escursione continua anche quando si è rientrati a casa. Basta prendersi il tempo per riavvolgere la pellicola degli ultimi due giorni passati in Appennino. Si può fare con la penna, con la tastiera o anche con la mente, richiamando alla memoria i tanti momenti che scandiscono un’escursione: il ritrovo in stazione, la salita da Porretta, la prima neve lungo il percorso, la luce del sole nel bosco di pini silvestri, il panorama sul Corno alle Scale, l’arrivo al Rifugio Monte Cavallo e la cena abbondante preparata da Maria; la sveglia all’alba, il the caldo di Ivan, la ripida discesa da Monte Pianaccetto nella neve vergine, il pranzo al sacco nel castagneto abbandonato di Case Calistri; lasciare la neve e ritrovare la terra, il borgo fantasma di Banditelli, il sentiero smarrito a Casa Poli, l’attesa del treno nel freddo e nella penombra di Biagioni, i saluti in stazione. Il tempo trascorso assume così un senso compiuto. Una compiutezza che nasce dalla sensazione che gli eventi abbiano avuto un’inizio e una fine, una logica  in cui trovano posto le persone e i comportamenti, la natura e il paesaggio, la fatica e la tensione, le risate e i silenzi ma anche l’imprevisto e l’incidente, conferendo senso e pregnanza ad ogni momento. E’ come se il tempo fosse più tempo. E’ come se la vita fosse più vita. E’ questo che intendiamo con la parola esperienza e il senso di questa esperienza la possiamo chiamare avventura; nel senso etimologico del termine: ciò che ci viene incontro, come un destino.
Possiamo dire altrettanto della nostra vita quotidiana? Possiamo ritrovare questa compiutezza di senso in ciò che facciamo abitualmente nel vivere?

lunedì 4 febbraio 2013

Parlare con i piedi/ David Le Breton

In una foresta
"La percezione non è coincidenza con le cose, bensì interpretazione. Ogni uomo cammina in un universo sensoriale che è legato a ciò che la sua storia personale ha prodotto a partire dall'educazione che egli stesso ha ricevuto. Nel percorrere la medesima foresta, individui diversi sono sensibili a cose differenti. Vi è la foresta del cercatore di funghi e quella di chi ama le passeggiate, la foresta del fuggitivo, dell'indiano, del cacciatore, del guardiacaccia o del bracconiere, e quella degli innamorati e di coloro che ci si sono perduti; vi è la foresta degli ornitologi, ma anche quella degli animali o dell'albero, la foresta del giorno e quella della notte. Mille foreste nella stessa foresta, mille verità di un medesimo mistero che ci sfugge e si concede solo per frammenti. Non esiste una verità della foresta, bensì una moltitudine di percezioni a seconda delle prospettive, delle aspettative, della diversa appartenenza sociale e culturale. [...] L'antropologo non dimentica Andrè Breton, quando diceva che il mondo è una foresta di simboli, nella quale si cela un reale che si nutre della ricerca. Il ricercatore l'uomo del labirinto, sempre in cerca di un improbabile centro."
David Le Breton, Il sapore del mondo

domenica 3 febbraio 2013

Una legge per camminare

Sentiero CAI Monti dell'Uccelliera
Come cambiano i tempi! Se eri vagabondo fino a pochi decenni fa potevi finire i tuoi giorni in una camera a gas ed oggi invece il camminatore entra a pieno diritto tra i soggetti da tutelare, riservando ad esso in maniera quasi esclusiva quella preziosa e delicata infrastruttura dell'erranza che sono i sentieri. E' questo che in buona sostanza stabilisce la proposta di legge che prevede l'istituzione da parte della Regione della REER - Rete Escursionistica Emiliano Romagnola. Gli oltre 5000 km di sentieri della regione saranno gestiti, salvaguardati e valorizzati come beni di pubblica utilità perchè consentono quella pratica sociale, culturale, sportiva e turistica che si chiama escursionismo. Dalla REER verranno banditi tutti i mezzi a motore che possono produrre danni per la tenuta della sentieristica e pericolo per la sicurezza di chi cammina. Con il riconoscimento della pubblica utilità sarà più facile il rapporto con i proprietari privati sui cui terreni passano i sentieri, fino ad oggi legato ad atti amministrativi impositivi e discrezionali che prendevano corpo nella servitù di passaggio. Si potrà aprire una stagione di programmazione territoriale concertata tra soggetti pubblici, associazioni e privati per valorizzare la rete dei sentieri e soprattutto promuovere la pratica dell'escursionismo nelle sue diverse forme anche e soprattutto come tutela e promozione del paesaggio collinare e montano, dei suoi giacimenti culturali, di quelle attività imprenditoriali che hanno fatto della valorizzazione dei prodotti del territorio un modo per fare impresa nella sostenibilità ambientale.

sabato 26 gennaio 2013

Triangolo nero per i vagabondi

Domani è il Giorno della Memoria, dedicato al ricordo di tutte le vittime della persecuzione e della deportazione del nazi-fascismo. La lingua ebraica ha dato a questo evento la parola shoah che nel suo significato etimologico di catastrofe non riesce a tradurre e a rendere l'incommensurabilià della tragedia avvenuta, tale da evocare in molti l'idea del male assoluto. La vastità dell'esperienza della deportazione e dell'internamento nei lager nazisti supera i confini etnici del popolo ebraico perchè  ha conivolto altre popolazioni come rom e sinti, confessioni religiose come i Testimoni di Geova, i prigionieri politici, gli omossessualii disabili e i malati di mente. Può sembrare incredibile ma anche i vagabondi sono stati vittime della deportazione, contrassegnati con il triangolo nero degli asociali, vittime due volte del pregiudizio storico e dell'annientamento. Una legislazione diffusa in molte parti dell'Europa dall'inizio dell'età moderna, fondata anche su fenomeni reali come l'accattonaggio e il banditismo, ha contribuito però a costruire uno stereotipo negativo del vagabondo, come colui che trascorre la vita da un luogo ad un altro, senza una professione sicura e senza una casa e per questa sua alterità, pericoloso per la comunità e per l'ordine costituito. Il campo semantico della parola vagabondo è quindi coinciso per alcuni anni con il tragico perimetro dei campi di concentramento. Il cammino del vagabondo, a volte senza mèta, se non quella del sostentamento, è coinciso per quegli anni con la crudele esperienza della marce della morte.
Se è vero, come molti sostengono, che l'odierna pratica del camminare favorisce l'esercizio della memoria come cura di sè, allora, con una passeggiata silenziosa, ricordiamo che anche questo è stato.

Parlare con i piedi/ Gianni Celati

giovedì 24 gennaio 2013

Perdersi fa bene?

Ieri un uomo anziano si è perso di notte con la sua automobile sull'Appennino tosco-emiliano, dopo aver finito la benzina. L'uomo è stato trovato dalla Polizia. Un'avventura che ha fatto notizia. Perdersi e orientarsi sono verbi riflessivi che esprimono il nostro modo di essere nel mondo, di abitare lo spazio: sono un azione culturale ed esistenziale.
Bussola e mappa
Nonostante le nostre mappe da adulti, smarrirsi è un’esperienza sempre latente. Passiamo gran parte del nostro tempo a conquistare, determinare, riconfermare le boe intorno alle quali muoverci, i punti di riferimento che determinano noi stessi come individui ambientati, capaci di non disperare nel tragitto incognito tra un luogo ed un altro luogo amico. Il rovesciamento di questa latenza, anzi l’uso di questa sensazione di pericolo possibile e imminente è il senso dell’avventura, la conquista dello spazio cioè di nuovi spazi per i nostri movimenti, di nuovi amici, di nuovi luoghi, l’ampliamento della nostra mappa mentale. Perdersi in questi casi è la condizione di origine, il bisogno ed il terreno su cui si comincia o si ricomincia ad orientarsi. Dal perdersi all’orientarsi c’è un processo culturale, l’uso delle occasioni esterne, indifferenti, per volgerle a nostro favore, il piegare l’estraneo a divenire accogliente, a permettere di dimorarvi.

mercoledì 23 gennaio 2013

Pensare con i piedi/ Franco Cassano

Giornata internazionale della lentezza: un'immagine
"Passeggiare è evadere dalla corsa feroce, da quell'assedio che chiude le porte da cui potrebbe entrare la vita, da quelle giornate murate che fanno del telefono cellulare un cellulare di polizia. Passeggiare è mettere la punteggiatura ai giorni, andare a capo, voltare pagina, creare intervalli, parentesi o punti interrogativi. Passeggiare vuol dire infiltrare un po' di vacanza in ogni giornata, lasciare aperta una fessura nel quotidiano, sapendo che la sorpresa può entrare anche dalle porte strette. [...] Passeggiare è un'arte povera, un far niente pieno di cose, il piacere di scrivere una pagina bianca, una risacca dolce della nostra vita minima. Passeggiare vuol dire partire per arrivare, ma senza impegno, perchè ci si può fermare prima, cambiare percorso, inseguire un'altra idea, prendere una strada secondaria, fare una digressione.

lunedì 21 gennaio 2013

Guarda....

Capita spesso, quando si cammina in montagna, di accompagnare qualcuno in un luogo preciso, scelto magari con qualche trepidazione per particolare bellezza o significato, e dire al compagno o alla compagna: "Guarda...", accompagnando l'esortazione con il gesto semplice dell'offerta del panorama, di sè e del proprio rapporto con il mondo. In quel gesto c'è la proposta di una condivisione di sguardi, di emozioni e di percezioni. La ricerca di una meraviglia che vorremmo svelasse una comune profondità e intimità. E' forse questo il senso di quel silenzio che segue quel gesto e quella parola, di quei puntini di sospensione? Occorrebbe indugiare con il pensiero su quel silenzio, dove spesso il discorso umano non arriva. Le fotografie possono qualcosa quando fermano in un'immagine le persone che guardano un paesaggio. Parlano di contemplazione, introspezione, attesa, del nostro modo di abitare il mondo, di essere nel paesaggio.

 

domenica 20 gennaio 2013

Compagni di avventura

Alan e David
Andare in montagna in gruppo è una pratica sempre più diffusa. Persone di provenienza diversa si incontrano in un luogo e in un'ora prestabilita per condividere un percorso e una meta anche per il tempo di una sola giornata. Ognuno con condizioni fisiche ed esperienze diverse, con motivazioni e bisogni, dichiarati o reconditi, altrettanto diversi. Con loro uno o più accompagnatori, così si chiamano quando ad organizzare è il CAI. Chi è un accompagnatore? I documenti parlano chiaro. Non è una guida, perchè non è un professionista, ma un volontario che non percepisce un compenso per il suo compito. Questo non significa che non debba essere preparato e responsabile. Un accompagnatore deve avere competenze tecniche, capacità relazionali, conoscenze ambientali e storiche che ne fanno un testimone privilegiato del territorio e della passione per la montagna e il camminare. Se le parole però hanno un senso vale la pena soffermarsi sull'etimologia di compagno che affonda le sue radici nel latino cum panis, colui con cui si condivide lo stesso pane, oppure cum pagus, colui che viene dallo stesso paese. In quel cum dell'accompagnare c'è un'idea forte di condivisione dello stesso cibo e dello stesso luogo, nel tempo e nello spazio breve di una escursione. L'idea di condividere un comune cammino, un comune paesaggio e in un certo senso un comune destino ha a che fare anche con una certa idea di umanità e con un certo modo di stare nel mondo. Per questo ogni escursione può essere percepita e descritta anche come un'avventura - senza per questo dimenticare la sicurezza - e per questo è importante riconoscersi durante e dopo di essa compagni di avventura. Uno dei miei accompagnatori preferiti si chiama Alan Breck Stewart, l'ho incontrato in Scozia mentre accompagnava a piedi dall'Isola di Mull a Edimburgo un ragazzo di nome David Balfour in uno dei più avvincenti romanzi di Robert Louis Stevenson, scrittore e escursionista.Vale la pena conoscerlo.

mercoledì 16 gennaio 2013

Oggi è arrivata la neve

Dove stiamo andando?
"Ma dov'è questo freddo che giornali e televisioni ci vogliono far credere? Freddo polare, freddo siberiano, bufere di neve, strade ingolfate [... ] E' che noi uomini abbiamo la memoria corta, e chi ce la vuole ravvivare non ne ha. Pochi sono quelli che sull'agenda scrivono le temperature, le precipitazioni, i cambiamenti del clima. Solo affari, solo appuntamenti; una volta erano certamente di più gli uomini che usavano annotare anche le cose della natura, perchè ora si vive con artifizi, ossia con espedienti diretti a ottenere effetti estranei all'ordine naturale.
Prova, lettore, a immaginare una fatto importante della tua vita localizzandolo nel luogo e nella stagione e prova a ricordare com'era il tempo. Freddo? Caldo? Era sereno il cielo? Raffrontalo con l'oggi e vedrai che gli eccessi, le esagerazioni sono più volte fuori tempo"
Mario Rigoni Stern, Stagioni