giovedì 22 agosto 2013

Nel volto del Barba


Il Barba
“Un incontro è un’occasione di conoscenza reciproca tra almeno due persone che si ritrovano  volontariamente o casualmente, in un luogo.” Così recita la voce di un dizionario.
La nostra vita quotidiana è costellata di incontri. Nella vita professionale sono oggetto di una organizzazione a volte attenta e meticolosa al cui centro sta un obiettivo, un risultato più o meno esplicito;  dove le persone che incontriamo sono interlocutori da conoscere o da convincere, ruoli da rispettare; dove il luogo, nella migliore delle ipotesi, è una scenografia  da allestire perché l’incontro sia efficace, il risultato sia centrato, l’utile garantito.
Quando si è in cammino invece gli incontri fanno parte molto spesso della categoria dell’imprevisto. Danno ad una escursione il sapore dell’avventura, il gusto di una esperienza autentica, il significato di un dono inatteso e gratuito, l’occasione di uno scambio di esistenze. Anche in questo caso però per fare un incontro occorrono un luogo e almeno due persone.
Lungo il cammino da Barbiana a Monte Sole è l’incontro che fa il luogo e ancora di più lo fa la memoria dell’incontro. E’ così che Mendicanti, da anonima località geografica di Monzuno, diventa il luogo dove dodici persone hanno incontrato sul loro sentiero Il Barba.

domenica 18 agosto 2013

Scrivere con i piedi/ Giovanni Cenacchi

Giovanni Cenacchi sul Corno alle Scale
"Passeggiare, scrivere. Non si può raccontare una passeggiata subito dopo la fine del sentiero. Succede così: gli incontri, i panorami, e persino il proprio umore risaltano più vivi soltanto più tardi, magari dopo qualche giorno. Bisogna aspettare e saper dimenticare, aspettare che le cose tornino e finalmente esistano.


E' forse perchè una passeggiata è già un racconto, la linea di una narrazione, una prosa in cui però sono indivisi lettura e scrittura."

Giovanni Cenacchi camminatore ancora troppo inedito
in I monti orfici di Dino Campana - Un saggio, dieci passeggiate

giovedì 8 agosto 2013

Parlare con i piedi/ Gustave Flaubert

Zaini senza spalle
"Esistono cammini senza viaggiatori.
Ma vi sono ancor più viaggiatori 
che non hanno i loro sentieri."
Gustave Flaubert
scrittore e camminatore 
nei campi e lungo i greti,
 in una lettera a Louise Colet

Fotografia: Dulcamara a Settefonti nel

mercoledì 7 agosto 2013

martedì 6 agosto 2013

Una tribù che corre e un popolo che cammina

Sentiero dopo il passaggio di motociclette
E' di oggi la notizia che la nuova legge regionale emiliano romagnola sulla rete escursionistica, salutata mesi fa come una importante conquista per chi cammina in questo territorio, che ha una rete diffusa di sentieri, al momento della sua approvazione finale ha riservato amare sorprese. La paventata lobby dei motociclisti ha fatto sentire il suo peso, soprattutto economico, ed ha strappato un articolato che rimanda alle decisioni dei singoli sindaci il divieto di transito sui sentieri da parte dei mezzi a motore, anche attenuando i limiti imposti dalla preesistente normativa forestale. Ad alcuni passi avanti quindi ne corrisponde uno indietro, importante e significativo, che mette in luce la tradizionale debolezza sociale del camminatore e dell'escursionista, soggetto portatore di interessi tenui, difficili da fare pesare al tavolo delle decisioni politiche.

martedì 30 luglio 2013

Ius soli, Ius sanguinis. Quale suolo e quale sangue?

La notizia del giorno
Una sera speciale a Colle Ameno: il 25 luglio a settant’anni dalla caduta del fascismo, festeggiata come fece Papà Cervi, con una mangiata di pastasciutta offerta dall’ANPI in nome di una  memoria che non passa e di una  fratellanza da venire. 
Una grande e luminosa luna calante, l’imponente pino marittimo e la facciata color mattone dell’Oratorio di S.Antonio fanno da cornice ad un prato verde su cui alcuni ragazzi rincorrono un pallone, sordi ai richiami delle madri che escono fuori di casa coprendosi il capo con il velo. Questo borgo, figlio di un’idea illuminista di armonia tra uomo, natura e lavoro, divenuto campo di smistamento e prigionia dei nazisti, ospita oggi alloggi popolari dove vivono alcune famiglie straniere con il loro figli, nati e cresciuti in questo luogo, tra queste mura e su questo prato.

lunedì 29 luglio 2013

Una seggiovia in spiaggia

Seggiovia a Lido di Spina (FE)
Nel 1968 c'era chi pensava che in spiaggia si dovesse arrivare come in cima ad una montagna, non a piedi, ma in seggiovia. Negli anni '60 le persone erano dominate dall'idea fissa di ridurre le distanze, di colmare gli spazi, di accorciare il tempo. Un'idea di modernità che cercava di superare la fatica del lavoro e del camminare, di scavalcare con un balzo meccanico i limiti imposti dalla natura e dal territorio, di ridurre o addirittura cancellare con la velocità di un sorpasso, i tempi lunghi che avevano scandito per secoli la vita di una società contadina e pastorale. E' stato chiamato miracolo italiano. Oggi magari possiamo sorridere di una seggiovia in spiaggia. Ma conviene riflettere sul nostro sorriso, magari facendo una camminata di sera, cercando le lucciole scomparse

Fotografia: Keystone/Getty Images

mercoledì 24 luglio 2013

Una neo tribù del camminare?

Camminare il fila indiana
Un recente articolo de Il Venerdì della Repubblica riporta gli esiti di una ricerca del Jfc sulla natura sempre più passionale e tribale del turismo italiano al punto da rendere legittimo domandarsi se anche l’escursionismo, nelle sue diverse manifestazioni, non sia toccato da questo fenomeno e non possa essere naturalmente inteso secondo la metafora come una tribù che cammina. "In mancanza di concetti costituiti e  capaci di rappresentare la realtà, dobbiamo saperci accontentare di metafore, di analogie, di immagini, tutte cose vaporose che sono mezzi meno cattivi per dire ciò che è" dice il sociologo Michel Maffesoli perché nell’era della rete, del postmoderno, della società liquida e del glocal nessuna definizione tiene la durata e la realtà sfugge alla comprensione umana, lasciando sempre più spesso le persone cercare il precario rifugio di un senso nella dimensione emotiva.

martedì 23 luglio 2013

La sosta

Una sosta di giorno
Per ogni giornata di cammino c’è sempre un luogo di sosta. Durante la Barbiana Monte Sole i punti tappa hanno avuto nomi diversi: La Bottega di MonteGiovi, l’Albergo Ristorante da Dino a Olmo, La Pieve a S. Piero a Sieve, il Camping Il Sergente a Monte di Fo, l’Albergo Musolesi a Madonna dei Fornelli, Il Poggiolo a Monte Sole. Sono eleganti stanze in case per viandanti, comode doppie e triple d’albergo, camerate con impervi letti a castello, oppure essenziali e funzionali bungalow e questa varietà di camere e di letti che ogni sera ci accolgono fanno parte del paesaggio e del viaggiare a piedi.

lunedì 22 luglio 2013

Salutare con i piedi/ Jean Giono

Jean Giono davanti al suo jas
«Où je vais personne ne va, personne n’est jamais allé, personne n’ira. J’y vais seul, le pays est vierge et il s’efface derrière mes pas»

«Dove vado, nessuno va, nessuno è mai andato, nessuno andrà. Vado solo. Il paese è intatto e s’affaccia dietro ai miei passi»

Jean Giono, scrittore e camminatore, saluta con queste parole dalla sua tomba a Manosque

venerdì 17 maggio 2013

Leprino e il suo mondo

Leprino e il suo mondo
Leprino si accende quando si accende il suo mondo. Faliero Lepri - in arte Leprino -  è un signore ormai ultranovantenne, di piccola statura, dal passo malfermo, che la figlia accompagna all’incontro con noi della Barbiana Monte Sole in un pomeriggio piovoso di aprile, in un salone delle scuole di Sant’Agata di Scarperia, dove il suo mondo sta di casa. Quando si accende l’interruttore che dà vita al suo mondo, anche Leprino si fa ritto e sicuro sulle fragili gambe, schiarisce la voce e il suo sguardo si riempie della calda luce infantile del gioco e della burla. Il mondo di Leprino è uno dei più singolari paesaggi della nostalgia. E’ la ricostruzione fedele di alcune scene di vita del suo paese così com’era negli anni ‘30 del secolo scorso, al tempo della sua infanzia.

martedì 14 maggio 2013

Chi siamo quando ci diamo alla macchia?

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Taglio del bosco in località Porticciola
Scendendo dal convento di Monte Senario si prende un tratto della Via degli Dei, tenendo sulla sinistra Bivigliano. E’ qui che all’improvviso i nostri accompagnatori ci invitano a camminare in silenzio, nell’imboccare un sentiero tortuoso e un po’ sconnesso, in una macchia di carpini e faggi che ancora stenta a ritrovare i colori della primavera, dopo i guasti dell’inverno. Si cammina per qualche minuto e il rumore del passo sulle foglie accartocciate e sugli sterpi si fa più netto e secco e il tiepido sole del mezzogiorno riesce a malapena ad ammorbidire il senso di ruvido abbandono del luogo. “In questo punto nella sera del 29.8.1944 fu barbaramente ucciso dai tedeschi Guglielmo Aglietti di anni 26”. Così si legge a fatica su un cippo di pietra che spunta dalla terra, simile ad un tronco d’albero schiantato, coperto di muschi e licheni, circondato da un cordone di rami secchi.

lunedì 6 maggio 2013

Quello che la pioggia porta con sé

Nel capanno partigiano
Durante il cammino da Barbiana a Monte Sole la pioggia si è fatta sentire dalle previsioni del tempo. Si è affacciata minacciosa fin dal mattino sulle pagine dei giornali prima della partenza, poi interrogando il web alla ricerca di conferme, infine scommettendo sui dolori articolari di qualcuno o scherzando sui presunti poteri di qualcun’altro. La pioggia è considerata una minaccia per il camminatore, la guastatrice di una escursione, la turbatrice del percorso. Una percezione che si è rafforzata nel corso del giorno quando abbiamo cominciato ad osservare nel cielo, lungo il crinale della Futa, i movimenti delle nuvole sospinte dalle correnti sopra Monte Gazzaro, la loro conformazione, la densità, le diverse scale di grigio che hanno chiuso progressivamente ogni squarcio di azzurro. Abbiamo scrutato il cielo come aùguri alla ricerca di presagi futuri e i nostri bravi accompagnatori, custodi del nostro cammino, avevano lo sguardo un po’ preoccupato e perplesso.

martedì 30 aprile 2013

Dove si trova Barbiana?

"Dove si trova Barbiana?"
Quarantatré gradi, cinquantaquattro minuti e zero secondi di latitudine nord. Undici gradi e ventotto minuti di longitudine est.  
Così le coordinate geografiche identificano in maniera inequivocabile Barbiana sulla mappa. Ma la precisione non basta a definire un luogo e il termine luogo non si limita alle definizioni che danno i dizionari. Un luogo come Barbiana non sarebbe tale se non fosse per la vita, la memoria e la storia di cui sono impregnati la terra e i sassi, le fronde del bosco, i mattoni della chiesa, le cortecce dei cipressi, le foglie della vite pensile, il muretto del cimitero, la piscinetta di montagna, il legno del tavolaccio, i cartelloni ingialliti alle pareti, l’astrolabio fatto a mano, il tornio consunto nella sacrestia. E tante altre cose potrebbero raccontare questo luogo, ma per farlo occorre l’uomo e non solo Don Lorenzo Milani, che ha fatto di questo angolo di Appennino toscano un luogo universale, ma anche i suoi ragazzi che lo hanno animato e trasformato e dopo di loro le migliaia di persone che continuano a salire quassù per respirare l’aria di un pensiero limpido e intransigente, per provare a vivere meglio.

domenica 28 aprile 2013

L'astrolabio di Barbiana

Astrolabio di Barbiana - Particolare
Appena tornati a casa da un cammino, durato una settimana, da Barbiana a Monte Sole, i sentimenti più urgenti sono la nostalgia e il desiderio: la paura di dissipare l’esperienza appena conclusa e la voglia di perpetuarla e di ripeterla. Un doloroso  attrito tra passato e futuro, sulla pelle del nostro presente. Nostalgia è parola di orgine greca composta da nostos (ritorno) e algos (dolore):  il dolore per una patria lontana, il ricordo di uno stato originario felice, la cui assenza provoca turbamento e spaesamento. Cosa vorrà dire allora sentirsi spaesati nella propria casa, al ritorno da una lunga camminata, lontani dal mondo, nel paesaggio dell’Appennino?

sabato 27 aprile 2013

Ogni paesaggio ha il suo cielo

La classificazione delle nuvole
“Non si dà paesaggio senza cielo. […] Ogni paesaggio ha il suo cielo. […] Il cielo vive all’unisono con ciò che avviene sulla terra”. Vengono in mente queste frasi del geografo Eugenio Turri camminando lungo gli argini del fiume Reno, in questa parte della Pianura  Padana tra Consandolo e Argenta, tra Emilia e Romagna. Il cielo si riflette negli stretti specchi d’acqua del fiume e in quelli più ampi delle vasche di compensazione, facendo labile e confusa la sottile linea di confine tra cielo e terra. Il paesaggio vallivo vive e si dà  per linee orizzontali. La meteorologia consente di descrivere e conoscere il cielo e i suoi effetti sulla terra, ma si interessa solo del cielo atmosferico, non del cielo uranico che abbiamo da tempo dimenticato. Per secoli e per millenni l’uomo ha rivolto lo sguardo al cielo come a un luogo sempre presente e sconosciuto, impossibile da raggiungere, altro da lui e per questo misterioso; sede delle divinità, punto di riferimento per le preghiere, le invocazioni e i vaticini; mèta di una vita ultraterrena di riscatto, solo immaginata e quanto mai ambita. 

martedì 2 aprile 2013

Nel bramito del cervo

Atteone sbranato dai cani
Cosa cerchiamo quando andiamo per boschi? Qualcuno va per i frutti del bosco o per i funghi, qualcuno per passeggiare, qualcuno per i residuati bellici, qualcuno per gli alberi, i fiori o i muschi, qualcuno per gli animali, da osservare, da fotografare o da uccidere.
C’è sempre un’emozione particolare quando si incontra un animale in un bosco. Capita con i caprioli, con i cinghiali, con la volpe, con la lepre. Capita con l’improvviso alzarsi in volo dell’aquila, sorpresa dal nostro sopraggiungere mentre si riposa sotto le fronde di un grande abete rosso, oppure con il dolce planare dai rami di un gallo forcello sopra le nostre teste. Capita con i cervi, a settembre, nella breve stagione degli amori quando un bramito lacera il silenzio del bosco per affermare il primato sulle femmine contro i contendenti. Eppure quel lamento lascia presagire un significato più profondo.
Questi incontri con il mondo selvatico hanno una carica emotiva che va oltre il senso dell’imprevisto e dell’inusuale che li accompagna; costituiscono semmai una sorta di rivelazione. Il rivelarsi del selvatico lascia una traccia indelebile nel racconto di ogni escursione, quasi un marchio di autenticità.

lunedì 11 marzo 2013

Le pietre sono parole

Selenite e laterizio a Pieve di Pastino
Camminiamo tra le pietre quasi senza accorgercene. Di selenite e laterizio è fatta l’ultima escursione. A Pieve di Pastino, sopra Ozzano dell’Emilia, quelle che sembrano ad uno sguardo superficiale case abbandonate, sono invece i resti di una antica pieve medievale che ha le sue radici forse  in epoca romana.  L’abbraccio con cui il laterizio avvolge la selenite di una delle case diroccate, racconta al camminatore la storia di una Pieve che nel Medioevo governava su molte anime tra Bologna e il Mugello, lungo l'antico tracciato della Flaminia Minor. Grossa pietra angolare della casa, la selenite continua a sorreggere questo rudere dopo secoli, anche di fronte all'indifferenza degli uomini per il patrimonio culturale. Brilla come vetro alla luce del sole, come secoli fa quando faceva parte del tempio di Pan, da cui si dice che la Pieve derivi, oppure quando ornava gli edifici pubblici di Claterna, prima che la caduta dell’Impero Romano e la paura nelle contrade di pianura ne facessero materiale di riuso in collina, al seguito delle popolazioni in fuga.

lunedì 4 marzo 2013

Tu chiamale se vuoi...percezioni/2

Intorno ad un palo della luce
Si fotografa solo ciò che si vuole vedere. Questo pensiero è venuto di fronte a un palo della luce posto tra la macchina fotografica e un bel panorama sui calanchi e la pianura padana presso Settefonti. Prima ho armeggiato con l’obiettivo senza risultato e poi mi sono spostato per scartare il palo ed eliminare il filo elettrico dalla mia inquadratura. E come me altri del gruppo in escursione. Perché? Perché si fotografa solo ciò che si vuole vedere. Perché non si vuole vedere il palo della luce? Semplice. Perchè è brutto. Perché rovina la fotografia e il panorama-cartolina che vogliamo riprodurre e portarci a casa. Perché quella bella immagine è ciò che cerchiamo, che ci aspettiamo o che abbiamo già visto, magari senza ricordarlo. Ma il palo c’è e serve e dice qualcosa di quel territorio. Come il palo esiste la cabina dell’energia elettrica, il cartellone pubblicitario di una nuova lottizzazione a basso consumo energetico, la sgraziata scritta spray sul muro di un ragazzo innamorato, gli infissi in alluminio anodizzato di una casa di chiassosi mattoni rossi, il grande cancello elettrificato di una villa che impedisce di vedere la valle. E tutto ciò passa davanti al nostro sguardo e racconta e dice qualcosa del paesaggio e anche del nostro mondo, come quel bel panorama che abbiamo scelto di fotografare. 

Tu chiamale se vuoi...percezioni/1

Vedere nascere una collina
Salendo da Maggio si può assistere a come nasce una collina. Si lascia alle spalle la pianura padana e la trafficata Via Emilia e si tengono di fronte i crinali assolati del Parco dei Gessi, ma volgendo lo sguardo di lato, subito dopo un vecchio macero da canapa, ornato di canneto, si assiste a un dolce arrotondarsi della terra, assecondato dalla pulizia dei terreni coltivati, che ne fanno come una lunga e docile groppa animale. A questa prima ne segue una seconda, un po’ più pronunciata, solcata da un fosso e una strada bianca che conduce a una vecchia casa di campagna, ristrutturata di recente. E’ a questo punto che il piede incontra la salita e la strada dritta sale a S. Pietro di Ozzano e alla sua torre medievale, ultimo residuo di un castello distrutto e franato, dopo essere stato per secoli rifugio dai pericoli di una pianura insicura e malsana. 

Paesaggio sonoro animale 
Quando si entra a piedi a S. Pietro di Ozzano, magari in tanti come durante un’escursione, si è accolti da un primo latrato di cane. Comincia un robusto maremmano dalla prima casa, che dà la voce alla coppia canina di quella successiva, che la passa al labrador della villetta a schiera, che lo rimanda a un bastardino saltellante in un giardinetto curato, che rilancia ad un burbero boxer che si intravvede nei radi buchi di una fitta recinzione. Giunti in cima, alla torre, questo molteplice e assordante coro si fonde e si completa per poi smorzarsi e tacere con il nostro dileguare dalla vista e dall’odorato. In questo piccolo borgo medievale della prima collina bolognese ci si poteva aspettare, di domenica mattina, il suono di una campana che chiama alla Messa, il richiamo di una madre ai figli che giocano in cortile, il rumore di un trattore che prepara il terreno alla semina. Niente di tutto ciò. Cani innervositi dietro cancellate metalliche, alte siepi e recinzioni plastiche di finta edera, vigilati da impianti di video sorveglianza, proteggono dallo sguardo del passante la proprietà privata, la preziosa tranquillità del fine settimana di abitanti immersi nel silenzio delle relazioni sociali e nell’abbaiare dei loro cani. E’ così che un paesaggio sonoro animale racconta qualcosa dell’insicuro abitare umano.